I Cunt Speak #30: Chapter 36: We’re Gonna Need Some Good Bookers… Again!

Adesso basta giudicare una federazione in maniera negativa per il ritardo mentale dei suoi fans abitudinari. Bisogna anche aprire la mente e provare a vedere ciò che questa promotion offre effettivamente nei suoi spettacoli dal punto di vista del lottato e, per quanto io per primo mi renda conto di non essere coerente fino in fondo dato che un tempo seguivo questa federazione con grande entusiasmo ed ora non mi faccio problemi a dire che fissare una piastrella per tre ore mi divertirebbe molto di più, dare un giudizio che riassuma esaurientemente il prodotto. Ad essere più precisi, quello di cui mi interessa occuparmi oggi è Chapter 36: We’re Gonna Need a Bigger Room… Again.

Già dal titolo uno pensa a grandi cose, crede che la qualità della federazione si alzerà, ritiene che Smallbrain.. ahem, Smallman riuscirà ad andare oltre quanto attualmente sta facendo, pure se per migliorare una qualità del genere ci vuole poco, ma sono dettagli. E invece? E’ un normalissimo Chapter, pure più brutto di altri a dire il vero, con tremila spettatori seduti a cantare “THIS IS PROGRESS!” come se fossero automi. Per fortuna che almeno non ho sentito “Fight Forever” o “This is Awesome”.

Ma tornando a noi, non farò un’analisi match per match, sarebbe troppo banale e schematico. Mi limiterò piuttosto a vedere cosa davvero questa promotion ha sbagliato e ad accentuare quegli errori che, se di solito sono grossolani, qui sono stati a dir poco mastodontici.

L’opener è stato Joe Coffey contro Rampage Brown, la finale del torneo per l’assegnazione del nuovo titolo Atlas. Le mie aspettative erano più o meno altine, in quanto sono un grande fan dell’Iron Man e ritengo Brown un big man sì sopravvalutato ma comunque capace di regalare un incontro intenso dal punto di vista tecnico. E invece? Una partitina che di Strong Style ha avuto giusto il nome della federazione per cui lottava, nel quale Coffey è stato gestito come un esaltato di merda senza caratterizzazione e per cui l’unico commento che mi viene spontaneo è: MEH.

Già, un grosso MEH, che poi potrebbe benissimo essere il contenuto di questo articolo. Uno lo apre, lo legge ed è esattamente quello che penso quando la mia mente ritorna a questo spettacolo. Che poi, guardiamoci in faccia, il match doveva davvero essere Strong Style. Eppure si è perso in fasi iniziali molto casuali nelle quali entrambi gli atleti sono usciti fuori ring a fare assolutamente un cazzo, per poi tornare sul quadrato ed alternare momenti di “WOW CHE POTENZA DI PERCOSSE” ad altri di “MA GLI HA FATTO UN PILEDRIVER PORCA MADOSCA, COME FA A RIALZARSI SUBITO?”.

In tutto questo, l’unica cosa sensata, visto il suo status storico nella promotion, è la vittoria di Rampage. Per il resto, un incontro che ti lascia con lo scroto più lungo di quarantasei centimetri per quanto ti ha rotto il cazzo.

Passiamo al match per i titoli di coppia, la vera chicca della serata. E sì, sono sarcastico. Già che tu faccia splittare i Moustache Mountain, ovvero Trent Seven e Tyler Bate, non mi sta tanto bene, ma con un booking buono in successione può essere una scelta in grado di portare risultati non esattamente deludenti. E invece? Beh, che ve lo dico a fare, ci è mancato poco che vomitassi.

Pete Dunne e Trent Seven si comportano da coward heel: mordono, mettono le dita negli occhi, usano oggetti contundenti per chiudere i match. Ora, davvero, a voi che cosa stracazzo viene in mente se due atleti in team portano il nome di “British Strong Style”? A me personalmente due stronzi che ti ammazzano di legnate dall’inizio alla fine o comunque due combattenti che fanno dell’hard hitting e della cattiveria repressa i loro cavalli di battaglia. E invece no, pure qui. Somigliano molto di più ai Fabolous Freebirds (scusate ragazzi e soprattutto scusa a te, Terry, che da lassù mi osservi e punti il dito in maniera accusatoria per l’accezione non proprio positiva del paragone) che non ai Road Warriors, giusto per fare degli accostamenti sensati.

Insomma, tanta cattiveria inutile e mal gestita per un incontro che fa salire sul trono di campioni di coppia due atleti messi insieme per caso qualcosa come due Chapter fa a discapito del tag team storico della federazione, il quale nonostante la sconfitta pulita non ci fa proprio una bella figura.

Passiamo oltre ed arriviamo direttamente al match che tutti aspettavano: l’ultimo incontro di Tommaso Ciampa nelle indies, lui contro Zack Sabre Jr. in un 2 Out Of 3 Falls Match. La terza contesa in PROGRESS tra i due, la quale decreterà il vincitore definitivo del loro competitivo feud.

Sembra bello, vero? No, è una merda. Sì, sul serio, sono riusciti a sminchiare anche questo.

Non voglio lamentarmi della gestione delle cadute, credo sia stata una buona idea far pinnare i due l’uno dall’altro così da poter regalare una fall finale al cardiopalma, pure se avrei preferito che tutto ciò accadesse dopo una fase di hard hitting nella quale, alla fine, i due mettessero il braccio l’uno sul petto dell’altro cadendo rovinosamente a terra.

Quel che non digerisco è l’overbooking, il quale poi arriverà in maniera anche più massiccia nel Main Event, ma a quello ci arriviamo. Una gestione esagerata, a partire dalla tanto dal sottoscritto screditata gestione da super heavyweight di Sabre, capace non si sa come di colpire dall’inizio alla fine il rivale, uccidendogli inoltre qualsiasi momentum grazie alle sue prese di sottomissione, per poi prendere delle botte che per uno della sua stazza sarebbero micidiali e, nonostante ciò, non vendere manco per scherzo. Già mi sembra esagerato se uno come Sami Callihan esce da una Super Project Ciampa dalla top rope, figuriamoci se a compiere questa azione è Sabre, santa madre. Ma poi, cioè, dopo una manovra del genere uno non si rialza e il rivale lo finisce, ma che proprio gli stacca la testa e se la porta a casa eh.

E invece… magia nera. Crepa, bestia! E ci si va giù di Penalty Kicks come se piovessero e prese di sottomissioni così articolate che Johnny Saint, le vedesse, finirebbe col farcisi sopra una sega e poi piangere perché incapace di chiuderle.

Riassumo, qualora qualcuno non avesse capito: un atleta che nonostante il peso da cruiserweight è veramente grosso di stazza contro un altro che di grosso c’ha solo il talento e magari pure qualcos’altro che non dico perché sono un signore, in uno scontro che finisce in favore del secondo nonostante il primo lo abbia picchiato così forte da deviargli il cervello di quarantacinque gradi rispetto alla sua posizione originaria.

Poi sento gente che lo valuta come se fosse un capolavoro d’altri tempi, uno dei migliori incontri dell’anno, e poi non ha visto Tommaso Ciampa vs Sami Callihan di Take No Prisoners in AAW. Cose che non capisco.

Sull’ultimo match nelle indies di Jack Gallagher sinceramente non voglio dilungarmi molto perché ci sarebbe solo da dire quel che è stato in passato detto sugli incontri quattro contro quattro che vedono protagonisti gli Origin contro membri a caso del roster, dunque mi limito ad asserire che va bene la tutela di quelli interni, ma pinnare il Gentleman senza ritegno nel suo match di ritiro dalle indipendenti, che per altro vede coinvolti oltre a lui altri sette uomini in coppie di quattro, mi sembra un pochino… come dire… esagerato, ecco. Un ultimo match come quello di Noam Dar secondo me lo avrebbe meritato di più, così ci si ricorderà solamente che gli Origin, con questa vittoria, potranno continuare a combattere sotto il marchio della PROGRESS.

Pazienza, tanto di errori ne hanno già fatti abbastanza, che cazzo gliene frega?

Ed arriviamo finalmente al Main Event: Triple Threat Match per il titolo massimo della federazione detenuto da “The Villain” Marty Scurll, il quale lo difende dall’assalto di Mark Haskins e Tommy End, anch’egli al suo ultimo incontro prima dell’approdo in WWE.

Su questo match si può dire molto, a partire da un quesito che va per forza fatto: avete presente i War Games in WCW, vero? Tutta quell’inutile accozzaglia di gente buttata su un ring con la storyline più importante dell’anno alle spalle e col pubblico incapace di capire che cazzo stesse succedendo? Ecco, riducete il concetto ad un incontro a tre ed avrete Scurll vs Haskins vs End. Nulla di più, nulla di meno. Overbooking da fare schifo, selling inesistente, gestione generale soprattutto dell’atleta che era ovvio sarebbe diventato campione assolutamente anonima (come se già Mark non lo fosse abbastanza di per sé) e poi l’errore più grande nella storia del creato: far entrare Jimmy Havoc oscurando così tutto il resto della contesa, roba che uno se si va a rivedere l’evento skippa e va direttamente al momento in cui la nostra Troia preferita torna a casa colpendo Marty Scurll con un Acid Rainmaker e permettendo poco dopo ad Haskins di finirlo con la Sharpshooter facendogli battere la manina al tappeto (anche qui la tutela dell’ex campione è qualcosa di assolutamente sconosciuto). Per altro l’entrata del rientrante Havoc è stata assolutamente incolore, parte la sua musica ed egli entra sul ring, si toglie la maschera, “FUCK YOU!” al Pinguino Imperatore dei poveri e poi giù di Lariat. E il nuovo campione? Oscurato, né più né meno. Contenti voi.

Insomma, in poche parole, la PROGRESS ha davvero bisogno di una stanza più grande? No, non credo. Penso semplicemente che l’unica cosa di cui necessita è qualcuno che prenda in mano le redini della situazione e inizi a bookare non solo come il cristo comanda, ma anche come il buonsenso chiede. Perché io non accetto che uno mi venga a dire che questo è stato un grande show esclusivamente perché è stato divertente. I gusti sono gusti, per l’amor del cielo, e farsi coinvolgere è una cosa senz’altro positiva, ma bisogna anche essere un po’ obiettivi e guardare il pro wrestling per ciò che davvero è: non una gara continua di celodurismo competitivo senza un briciolo di continuità, ma una magnifica storia che chiunque può leggere ed apprezzare.

Ah, no, scusate, mi rimangio il chiunque perché  conosco gente che va a vederla e non guarda i match di Drew Galloway “perché non è un fenomeno mancato in WWE”.

Detto questo, la chiudo qui. Credo non ci sia bisogno di dilungarsi oltre. Decidete voi se guardare lo show oppure no, in fondo ognuno vede ciò che vuole. Magari però ritagliatevi anche lo spazio per spaziare nei generi, invece di guardare sempre il solito fan service merdoso.

Ci vediamo nel prossimo I Cunt Speak, rincoglioniti di European Wrestling.

Francesco Pozzi

Editorialista da tre anni, appassionato spudoratamente di questo sport da undici. Amante di qualsiasi tipo di stile di pro wrestling ci sia al mondo, con una predilizione per lo Strong, il British e l'Hardcore Style. Indyviduo, in fissa con alternative rock e metal, difficile trovare una stanza di casa mia che non abbia libri o fumetti. Nerd with an attitude.

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