I Cunt Speak #32: Reinventarsi

Ciao fans di Ospreay, benvenuti alla trentaduesima edizione della rubrica più irriverente del wrestling web, l’I Cunt Speak. Ho pensato molto a quello di cui scrivere questa settimana e, vi assicuro, non mi sono venute idee. Fino a due minuti fa. Esatto, l’articolo che state leggendo mi è saltato in mente giusto un attimo prima di buttarlo giù. Riguarda un concetto abbastanza semplice ma allo stesso tempo difficile da mettere in pratica e che può presentare, se lo si affronta in maniera attiva, molteplici sfaccettature: reinventarsi.

Viviamo in un’epoca molto florida per il pro wrestling. Negli ultimi tre anni abbiamo assistito a quella che alcuni chiamano “razzia di talenti” nelle indies da parte della WWE, ma che per altri viene vista come un’opportunità. Quel che penso io è che, per esempio, NXT sia un buon modo, alla peggio, per fare curriculum e avere un po’ più di notorietà in giro per il mondo e, alla meglio, una grande, enorme opportunità per salire sui palcoscenici più importanti d’America. C’è tuttavia da dire che questo territorio di sviluppo, molto spesso, regala ciofeche. Una di queste si chiama Solomon Crowe e vi assicuro che per scrivere questo nome mi sono venute due ulcere fulminanti: una al cazzo e una ai coglioni.

Ma parlando seriamente, questo individuo che risponde nelle federazioni indipendenti al nome di Sami Callihan è stato trattato veramente a pesci in faccia e calci in bocca dai McMahon, non riuscendo a debuttare prima di due anni e, non appena ci è riuscito, rimanendo nell’ombra fino al licenziamento occorso nel novembre 2015. Fin da subito mi son detto “Grazie al cielo, gli ci voleva proprio di tornare a essere quello che è”. E invece la macchina di morte mi ha fregato. Volete sapere perché? Ve lo spiego subito.

Certamente se siete fans della CZW dell’ultimo decennio ricorderete benissimo come la Callihan Death Machine venisse presentata come un pazzo schizzato dalle evidenti manie sadomasochiste, il quale diceva di non andare mai in giro senza coltello. In un suo promo dichiarava che se non provi continuamente dolore, non sei vivo. Insomma, una sorta di Mankind dalla personalità non fragile ma pronta a tutto pur di ottenere la vittoria e, al tempo stesso, perfettamente padrone della sua mente e delle sue azioni.

Quando è tornato a combattere nel territorio indipendente, invece, era un’altra persona. Nuovo taglio di capelli, una certa eleganza nel vestire, ma la pazzia dirompente in ogni sua forma. Cionondimeno, si avvertiva che, in ogni posto dove andasse, era un pazzo più cosciente dei danni che avrebbe potuto (e dovuto) infliggere al proprio fisico e del limite da raggiungere prima di danneggiarsi eccessivamente e permettere quindi al rivale di turno di avere la meglio su di lui in maniera agevolata.

Eppure, per quanto questo possa essere preso come un cambio radicale nel personaggio e, conseguentemente, un suo abbassamento dal punto di vista qualitativo, devo dire che ho trovato la sfumatura ch’egli riesce a dargli molto più adulta e al passo coi tempi. Basta vedere cosa la Death Machine in questione stia facendo in AAW o abbia fatto in EVOLVE. Nella prima è diventato il malvagio leader del Killer Cult, avente al proprio fianco gli OI4K, la ragazza di sempre Jessicka Havoc e il manager JT Davidson, ossessionato dalla Motherfuckin’ Big Belt e dallo strappare le maschere ai propri rivali dopo che Pentagòn Jr. gli ha soffiato la corona assoluta della federazione, nella seconda uno striker più concentrato, meno passionale, ma al tempo stesso oserei dire anche più cattivo di quanto lo sia mai stato precedentemente.

Questo, secondo me, è sapersi reinventare. E’ la capacità di salire sul ring davanti a un certo tipo di pubblico dopo esserne stato assente per diversi anni e saper regalare qualcosa di diverso ma al tempo stesso interessante riuscendo a farti amare oppure, meglio ancora, odiare a tal punto che qualcuno vorrebbe metterti le mani addosso ma non lo fa perché ha troppo timore che tu gliele strappi a morsi. E se vi state chiedendo perché non ho ancora nominato lo Space Cat… beh, sappiate che mi fa schifo alla merda per quel che ho visto finora e che non lo considero un’espansione vera e propria del personaggio della Death Machine perché egli lo ha quasi solamente usato in quell’inutile ammucchiata di fan service del cazzo altrimenti chiamata PWG.

Ecco, lì il termine “reinventarsi” lo conosco bene, peccato che se prima erano una federazione molto sopra le righe con del grande pro wrestling a farla da padrone e delle stories anche abbastanza interessanti alle volte (Human Tornado vs Chris Hero su tutte) adesso sono la fiera del celoduro avanzato e del “facciamo contenti i decerebrati con qualcosa per cui solo i decerebrati potrebbero essere contenti”.

Ma questa è un’altra storia.

Spero abbiate gradito le parole che ho speso su questo concetto molto frequente nella storia del pro wrestling. Altrimenti oh, fatevi una sega, sapete che cazzo me ne frega. Ci vediamo alla prossima, facce di merda.

Francesco Pozzi

Editorialista da tre anni, appassionato spudoratamente di questo sport da undici. Amante di qualsiasi tipo di stile di pro wrestling ci sia al mondo, con una predilizione per lo Strong, il British e l'Hardcore Style. Indyviduo, in fissa con alternative rock e metal, difficile trovare una stanza di casa mia che non abbia libri o fumetti. Nerd with an attitude.

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