I Cunt Speak #33: Cinque Stelle Sammontana

Qualche giorno fa ho visto un match della BOLA. Anzi, ad essere precisi non un semplice incontro, ma IL match, quello che il rincoglionito che prima ne capiva qualcosa di pro wrestling ma adesso sta sempre lì in prima fila sperando in un Meltzer Driver della madonna ha valutato con cinque stelle. Uno cosa si può aspettare da un giudizio del genere se a combattere il match c’erano Will Ospreay, Ricochet, Matt Sydal, Adam Cole e gli Young Bucks? Che il Panama City Playboy e il fu Evan Bourne, coadiuvati magari dalla natura “sottocutanea” di Prince Puma senza maschera che lo fa di rado essere un vero pro wrestler potessero limare le imperfezioni dell’Assassino Aereo e la ripetitività di quei sopravvalutati di Matt e Nick? Magari. Io però non ci ho creduto fin dall’inizio ed ho fatto bene. Mi aspettavo una coreografia ed una coreografia è stata. Pure brutta, per altro.

Lo so, vi state rompendo i coglioni, i miei articoli rischiano di parlare sempre delle stesse cose e magari pure con le stesse identiche parole tutte le volte. Però nei limiti storici vorrei fare una piccola considerazione: ma quanto cazzo siamo scesi in basso e, più specificatamente, quanto è diventato demente il fan moderno? “Tanto” è la risposta più semplice ma è anche troppo generica, per cui cercherò di essere più chiaro: questo tipo di appassionato giustifica le sue motivazioni asserendo che il pro wrestling esiste in molteplici sfumature, alcune possono piacere, altre no, però questo sport-spettacolo che tanto ci fa impazzire è un’arte e come tale può essere apprezzata se proposta in un modo piuttosto che in un altro.

Stronzate. E’ tutto marcio ormai quel che c’è dietro. Anzi, per meglio dire lercio. Il primo termine indica che c’è qualcosa di ingiusto e profondamente scorretto, ma i performers sono regolarmente pagati e ben trattati se si tratta di realtà che sanno come muoversi nel business, perché pure di quello si tratta. Il secondo, al contrario, indica che apparentemente, anzi, finanziariamente va tutto bene, però ci sono delle cose che fanno accapponare la pelle.

Tutto parte da un concetto basilare, che è la mente chiusa del fan moderno, il quale vuole semplicemente vedere un certo tipo di prodotto, molto veloce e facile da guardare, senza rompersi i coglioni ed analizzare aspetti della disciplina altrettanto importanti quanto il lottato, come per esempio lo storytelling, il selling, la drammaticità e la credibilità generale di un incontro.

Da qui, delle autentiche primedonne che per la maggior parte però sono scimmie, se capite cosa intendo, sguazzano nella loro mediocrità umana con la quale compensano (ed anzi superano) le loro qualità atletiche e iniziano a farsi pagare saporitamente anche per apparizioni estremamente semplici e meno importanti. Strategia di marketing alquanto vincente, certo, chiunque lo farebbe al giorno d’oggi, in fondo è un mondo di merda. Però il pro wrestling, per quanto mi riguarda, è un’arte davvero nobile dai molteplici risvolti positivi e andrebbe fatto non solamente per campare, ma anche per passione.

Come dite? Ricochet (e sparo ‘sto nome esclusivamente perché è il perfetto archetipo del concetto che sto cercando di esprimere) ama realmente la disciplina e io non capisco un cazzo? Non gli leggo nella mente, è ovvio, se lo fa è perché gli piace, ma tutto ciò maschera quello ch’egli è realmente: un pro wrestler dalle doti incredibili che però ha davvero buttato all’aria la nobiltà d’animo per diventare un’icona capitalizzata oltre i massimi livelli che non sarebbe mai in grado di dare tanto al ring come anni fa facevano Jimmy Jacobs e BJ Whitmer nelle loro sanguinarie battaglie, così come altrettanto riuscivano Drake Younger e Jon Moxley a proporre degli incontri incredibili e, perché no, nel modo assolutamente fantastico ed esplosivo di combattere che avevano Masato Tanaka e Mike Awesome, che Dio (se esiste) l’abbia in gloria.

Il pro wrestling ormai è diventato come la musica commerciale, è quella cosa che per la maggior parte ti piace sentire o guardare, ma che alla lunga per quanto possa divertirti non ti dice mai le stesse cose che riuscirà a trasmetterti nella mente e nello spirito, giusto per nominare una canzone a caso, Time dei Pink Floyd. E allora io dico: qual è il modo migliore per ottemperare a questa ormai ben nota mancanza di concezione storica e di consapevolezza dell’importanza del dramma scenico in un incontro? Semplice: guardando. Capendo cosa ci veniva proposto una volta, insieme a tutta la merda che potevano sfornarci WCW e WWE, ma anche promotion già più di nicchia come FMW o, negli anni un po’ più recenti, la ROH o la Chikara degli inizi.

Era tutta un’altra storia, l’Inghilterra aveva World of Sports e, solo pochi anni dopo, il King of Europe. Certo, in Germania veniva proposto, come ha detto recentemente un mio conoscente, Demolition Davies vs Chris “Bambikiller” Raaber all’infinito e ora può vantare sul territorio, pur nel suo quasi narcisistico monopolio, la Westside Xtreme Wrestling. Ma si tratta di casi isolati, alla fine, casi isolati che non stanno certo a significare che i fans non si siano rincoglioniti per colpa del senso d’orgoglio continentale che il sempre più frequente diffondersi del pro wrestling europeo ha provocato, o per l’ormai obsoleto entusiasmo (ho scritto obsoleto, che in inglese è OBSOLETE, amatemi) che federazioni anche americane come la non più entusiasmante Pro Wrestling Guerrilla, le quali puntano esclusivamente su Dream Cards prive di alcuna storyline vera e propria alle spalle, hanno ampiamente contribuito a creare.

Insomma, il pro wrestling è praticamente morto nella sua tanto nobile precedente concezione, una concezione che la CZW di DJ Hyde o la ROH fino al 2014, prima che si mettesse a pecora per la New Japan Pro Wrestling, amavano mettere in scena. Il pro wrestling si faceva per raccontare, per entusiasmare, prima che per soddisfare. E non c’è nessuno che possa convincermi del fatto che un incontro costruito su fondamenta esclusivamente atletiche ed estetiche è migliore di un altro che riesca a farmi provare l’empatia verso gli uomini o le donne che danno il tutto per tutto sul ring, facendoti convincere del fatto che, pur essendo gli idoli invincibili che tanto credevi, sono vulnerabili alla sconfitta o alla delusione quanto chiunque altro, ma sono in grado di rialzarsi e di afferrare il successo anche più di prima.

Io amo il pro wrestling, in tutte (o quasi) le sue sfumature. Può non sembrare così, ma lo è. E credo fermamente che ognuno lo debba sostenere nella maniera che ritiene più opportuna, ma che l’ormai divampante capitalizzazione del successo dietro ai singoli che lo praticano sia non solo disgustosa, ma anche un fatto che è dipeso esclusivamente dall’incapacità di apprezzare qualcosa di più profondo.

E con questo, vi saluto. Affanculo oggi non vi ci mando perché sono davvero troppo amareggiato.

Editorialista da tre anni, appassionato spudoratamente di questo sport da undici. Amante di qualsiasi tipo di stile di pro wrestling ci sia al mondo, con una predilizione per lo Strong, il British e l’Hardcore Style. Indyviduo, in fissa con alternative rock e metal, difficile trovare una stanza di casa mia che non abbia libri o fumetti. Nerd with an attitude.

Francesco Pozzi

Editorialista da tre anni, appassionato spudoratamente di questo sport da undici. Amante di qualsiasi tipo di stile di pro wrestling ci sia al mondo, con una predilizione per lo Strong, il British e l'Hardcore Style. Indyviduo, in fissa con alternative rock e metal, difficile trovare una stanza di casa mia che non abbia libri o fumetti. Nerd with an attitude.

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