Salve a tutti ragazzi e, dopo l’edizione un po’ amareggiata di sette giorni fa, benvenuti nuovamente sulle pagine dell’I Cunt Speak. Prima di cominciare, vorrei fare un ringraziamento speciale a Carlo Alessandro Caccia, perché l’ultima chiacchierata fatta con lui questo articolo non esisterebbe. Come avrete già intuito dal titolo, si parla di un argomento che può sembrare apparentemente di una semplicità unica, ma che a parer mio invece è un serissimo e complicato argomento di riflessione. Andiamo con ordine.

Che cosa si intende per spotfest? Per come interpreto io la definizione, è un match impostato su una serie molto veloce di manovre atte non a raccontare una storia in sé, quanto più a divertire lo spettatore mostrando anzitutto (o solamente) le proprie doti atletiche, senza comunque escludere la componente di serietà dietro alla sfida in sé.

Questo cosa comporta? Molto semplice: che si veda tanto pro wrestling in molteplici stili, dall’high flying allo strong style, dall’hardcore fino all’ultraviolent, perché a parer mio bisogna diffidare da quelli che interpretano il termine “spotfest” come un qualcosa di esclusivamente legato ai voli dentro e fuori dal ring.

Con ciò detto, si apre la vera e propria riflessione: ma gli spotfest veri, quelli che ti fanno alzare dalla sedia e cacciare una bestemmia per lo stupore, esistono ancora? Sì, ma se precedentemente erano un’eccezione al pro wrestling ricco di storytelling, ora sono a loro volta diventati poche piccole candele in mezzo a un mucchio di lampade al neon che consumano non si sa quanta energia elettrica inutilmente.

Prendiamo come primo esempio gli spettacolari incontri che Daniel Bryan (allora American Dragon), Low Ki, Spanky e Paul London nel 2002 e Teddy Hart, Jack Evans e Ruckus nel 2007 ci regalavano in Ring of Honor: la federazione proponeva in generale uno stile di pro wrestling assai tecnico e molto ricamato, che nulla aveva da invidiare a World of Sports ma neanche alle sfide d’eccezione ed incredibilmente tecniche che avevano luogo in Extreme Championship Wrestling, tuttavia faceva alzare il ritmo in maniera assolutamente coinvolgente grazie a degli spettacolari gauntlet o ad incontri di coppia o tre contro tre, quando non addirittura tutti contro tutti, capaci di farti sobbalzare in molteplici occasioni e che, quando non facevano della tecnica sopraffina il proprio cavallo di battaglia, perché pure lì quella non mancava, erano in grado di non farti annoiare neppure per un secondo. Un po’ come un tempo aveva fatto la WCW con la categoria cruiser.

Non parliamo poi dei tre contro tre in Dragon Gate o, di nuovo, di quei tag team match che anche negli ultimi anni ci hanno permesso di metterci le mani nei capelli e di dire “porca troia, ma quello si sta muovendo a una velocità tale da non permettermi di vederlo?”, primo fra tutti quel mostruoso World 1 International vs Mad Blankey del 2013.

Osservando questi veri e propri capolavori del genere, la riflessione primaria oggi qual è? Non che mancano, perché ci sono tante altre sfide con cui compensare questo vuoto, ma che se adesso molti degli stessi protagonisti di quegli incontri vedessero ciò che stanno combinando loro o i propri colleghi negli ultimi due o tre anni, la bestemmia la tirerebbero, ma di rabbia. E il motivo è presto detto: se prima esisteva una pretesa di serietà da parte del tifoso medio, il quale certo avrebbe sorriso ma si sarebbe anche rotto il cazzo davanti a un incontro da venticinque minuti che più che un match di pro wrestling è un coreografia, adesso il trash è passato dall’essere una componente minima e a tratti anche saggia da introdurre all’avere una pura e semplice esteticità.

Se anni fa avessimo visto Will Ospreay attaccare un morso nei coglioni ad Adam Cole, non credo che saremmo stati così contenti, né tantomeno lo avremmo considerato qualcosa in grado di dare qualità all’incontro in sé. Oggi però è così.

E non mentirò, fa anche tristezza vedere che Gabe Sepolsky, negli anni successivi al 2007, avesse concepito la Dragon Gate USA come una vera e propria promotion seria di pro wrestling, dove poco tempo era lasciato ai convenevoli e molto all’azione intelligente e ben studiata, mentre adesso la Pro Wrestling Guerrilla è passata dall’avere un prodotto fortemente sopra le righe e volutamente liberatorio per i performers che vi si esibiscono, i quali possiedono appunto vaste libertà di azione,  all’essere la fiera del fan service brutto. Perché ragazzi, io vi parlo col cuore in mano, è mai possibile che io mi possa rompere i coglioni per un match di Sami Callihan? Se poi vi dico che indossava la maschera dello Space Cat e che per tutto il tempo si è comportato come fosse un gatto antropomorfo (una delle cose più orribili che io abbia mai visto in dodic’anni che guardo pro wrestling) magari mi capite ed arrivate anche a darmi ragione, però boh, a primo impatto conoscendomi non sembra quasi un’asserzione veritiera.

Ma il concetto alla base di tutto questo è proprio che il pro wrestling, in buona parte, è ormai diventato una grossa sequenza di GIF, lo vediamo anche tramite Facebook. Il discorso non è più “Wow, Kenta Kobashi ha connesso il Burning Hammer”, ma “Ehi, guarda quante evoluzioni fa Will Ospreay, lo metterò sulla mia bacheca nella speranza di non essere più considerato dalla gente uno che guarda esclusivamente WWE”.

Ed a proposito di WWE, se la colpa fosse proprio di questa major? Se la demenza acquistata dai fans delle indies fosse inconsciamente derivata proprio dal cambio di politica della World Wrestling Entertainment? Nel 2009, in fondo, molti fans si sono allontanati da Vinnie Mac e compagnia nell’intento di cercare un prodotto più nuovo e fresco, al posto della solita minestra riscaldata al sapore di merda che questi ci proponeva. E adesso guardate cos’ha fatto il suo caro genero: ha messo a cuccia gli appassionati e li ha fatti ritornare da sé, cambiando di nuovo la loro concezione tramite la ricerca (e il raggiungimento) di una giusta via di mezzo. Il problema è che giusta non è manco per il cazzo. La WWE ha esclusivamente aperto la mente, ha capito che il talento esiste anche fuori di essa e che ha bisogno di determinati performers, magari per aumentare la qualità del prodotto. E notate bene che ho detto “aumentare la qualità”, non cambiare.

Quindi guardatevi in faccia, ragazzi: quel che vedete ora è esattamente ciò che avevate mandato affanculo anni fa e ve lo stanno tenendo nascosto grazie ai volti e alle abilità di tutti quei performers che precedentemente (ed anche adesso) idolatrate. Fan service. Puro e semplice. Di qualità a volte, ma pur sempre fan service.

Quasi quasi l’articolo non lo chiamo spotfest come avevo pensato di nominarlo all’inizio, ma They Live. Giusto perché mi ricordate, e sì parlo con voi fans di pro wrestling, degli inconsciamente assoggettati membri della società dipinta nel memorabile film di John Carpenter.

Morale della favola? Guardate un po’ che cazzo vi pare, ma non venitemi a dire che non si stava meglio prima.

Alla prossima, facce di merda.