I Cunt Speak #43: Indy Darling

Ehi ragazzi, vi ricordate quanto seguire il pro wrestling da piccoli fosse bello? Quando a te piaceva un pro wrestler e a un tuo amico invece quel lottatore faceva schifo alla merda, non finiva in una discussione utile quanto l’occupazione dell’Iraq da parte delle truppe americane, ma semplicemente c’era una discussione molto puerile dal punto di vista dei termini ma intelligente dal punto di vista della conversazione in sé su quale dei due fosse il migliore.

Adesso invece seguire il pro wrestling è sì bello, ma quando vai a dire a qualcuno che secondo te BT Gunn è tecnicamente un pro wrestler mille volte superiore a uno Zack Sabre Jr. qualunque partono le minacce di fucilazione immediata. Questo perché? Presto detto: perché la gente si è rincoglionita a causa di quelle due maledette, famigerate e purtroppo abusate parole. E se non l’avete ancora intuito dal titolo di questo articolo, quei vocaboli anglosassoni sono “indy darling”. Partiamo dal principio: prima del boom del pro wrestling britannico tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, erano davvero pochi i pro wrestlers del nostro continente che andavano a combattere all’estero e che venivano, per questo, giustamente esaltati e coperti di complimenti per portare alto il valore di quell’Europa che negli anni passati ci ha regalato fenomeni del calibro di Johnny Saint, Johnny Kidd, Robbie Brookside, William Regal, Fit Finlay e molti altri ma che, col passare del tempo, ha finito con l’impantanarsi nelle acque paludose di un anonimato dal quale è stato incredibilmente difficile uscire. Tuttavia, come già detto, poco più di tre anni fa il fenomeno “European Pro Wrestling” è esploso e un sacco di atleti comunque molto bravi hanno iniziato a girare il mondo. Dal già citato Zack Sabre Jr., che comunque aveva già avuto le sue esperienze per esempio in EVOLVE, in un Best of the Best in CZW e addirittura in NOAH, fino a Will Ospreay, Marty Scurll, Mark Andrews e, negli ultimi tempi, anche Pete Dunne e Mark Haskins che si è addirittura aggiudicato il titolo SMASH.

Noterete che, dopo tutte le critiche che ho fatto negli articoli precedenti al pro wrestling europeo ho finito con l’elogiare questi atleti definendoli molto bravi. Ebbene, se siete stati attenti avrete notato anche che finora ho detto pro wrestlers, ma per loro ho utilizzato il termine “atleti”. Sia ben chiaro che tra i sopracitati ce ne sono alcuni in grado di saper costruire nel migliore dei modi un incontro con una buona storia e una discreta componente tecnica, cionondimeno come accade anche spesso negli Stati Uniti l’azione che il più delle volte questi propongono sul ring è pura estetica in movimento. Può piacere come no, ma è oggettivo che non mi possiate venire a dire che il Pete Dunne vs Zack Sabre Jr. al penultimo show PROGRESS non possa neanche leccare il buco del culo in quanto a trasmissione del senso di competizione e, soprattutto, del controllo dei virtuosismi e dei tempi morti ad un Mike Quackenbush vs Johnny Kidd qualunque. E volevo dire Brookside vs Saint ma mi sembrava di essere fin troppo banale.

Mi sto comunque un po’ troppo distaccando dal concetto di indy darling che qui volevo trattare, tuttavia ci arriverò per gradi a dire quel che penso nella sua totalità: è ormai sempre più frequente che quando si guarda a questi performers si tenda ad escludere la possibilità che possano fare errori e se è vero che non bisogna, come ammetto e mi scuso per ciò di aver fatto io più e più volte in passato, criticarli per partito preso, è anche veritiero che Will Ospreay non è l’evoluzione di questa disciplina, perché a ventiquattro anni non ancora compiuti sette concussioni e numerosi infortuni per colpa di uno stile così veloce e fin troppo rischioso denotano stupidità e mancanza di controllo, non necessariamente solo bravura. Così come penso si possa constatare che ZSJ negli ultimi mesi, anzi diciamo pure nell’ultimo anno, ha voluto mutare totalmente il suo stile tramutandosi nel peggiore degli striker, vista e considerata la sua massa muscolare a parer mio non proprio credibile per competere sullo stesso livello, ad esempio, di un Jeff Cobb o di un Roderick Strong, per lo meno sfruttando lo stile nel quale si è voluto, sbadatamente, cimentare di recente.

Tuttavia adesso ho parlato di stile e dei rischi che questo comporta. Cosa c’entra con lo sbagliare in sé visto che questi performers sono praticamente picture perfect in quasi tutto quello che fanno? Beh, che questa perfezione stilistica finisce per mandare a fare in culo qualsiasi altra componente  che a parer mio per un match è fondamentale. Non sono un maniaco del selling, non dico che per un pugno di Matt Riddle, per esempio, Ospreay non possa rimanere in piedi. Non mi lamento nemmeno se dopo un Sick Kick di Roderick Strong Sabre si rialza all’uno carico d’orgoglio e soprattutto fomentato dall’adrenalina in corpo dopo un match pentitissimo. Ma è pur sempre vero che ci vuole credibilità e questi atleti hanno deciso di incantare i fans, riuscendoci in buonissima parte, convincendoli che quel che fanno va apprezzato perché è bello da guardare e si tratta, alla fin fine, sempre di pro wrestling. Due affermazioni vere ma che non denotano, comunque, l’intoccabilità. E, a dire il vero, mandano molto spesso a puttane quella cosa chiamata storytelling, del quale molti pro wrestlers ora iconici e presi a modello hanno fatto un vero e proprio marchio di fabbrica negli anni passati. E no, non vi azzardate nemmeno a darmi dell’arretrato, perché Ric Flair vs Ricky Steambot di Chi-Town Rumble 1989 aveva una storia da segarsi da soli e con i piedi, cionondimeno era qualche cosa di meraviglioso dal punto di vista tecnico e non ha avuto veramente errori, per quanto io ammetta di non essere un grandissimo fan di quel match e mi limiti a constatarne la bellezza oggettiva e indiscutibile. Ci vuole dunque il giusto equilibrio tra le due cose o, nel caso questa via di mezzo non ci fosse, rendere come minimo l’azione sul ring credibile e costruita in base a ciò che si è visto negli show precedenti.

Ok, sembra che abbia parlato del mio match ideale e di come penso debba essere sviluppato un incontro tra quelle tre corde e quei quattro paletti, tuttavia credo che fare questi discorsi sia davvero l’unico modo per convincere chi di dovere che sì, nel pro wrestling ci sono molti stili e vanno rispettati per quello che sono, ma che non si può neanche evitare di muovere una critica verso una persona semplicemente, e vi giuro che l’ho sentito, “perché una sequenza volante tra Ricochet e Will Ospreay varrà sempre di più delle suddette parole”.

Ragazzi, i pareri discordanti nel pro wrestling ci saranno sempre e non è un male difendere a spada tratta i propri idoli, bisogna tuttavia lasciare che l’onestà intellettuale in determinati frangenti prenda il sopravvento e non solo: è necessario anche non considerare tabù qualsiasi argomento per il semplice motivo che chi viene bersagliato, in maniera più o meno evidente, da certe critiche, non necessariamente ha più voce in capitolo di chi lo giudica perché sale sul ring e lavora.

Potrebbe benissimo dirmi che non so fare ciò che lui sa portare sul quadrato e mi sta benissimo, ma sono altrettanto del parere che coloro che pensano non si possa giudicare in maniera non positiva chi sale sul quadrato per ragioni legate ai diversi ambienti nel quale militano il critico e il criticato non abbiano davvero capito un cazzo di come il pro wrestling vada seguito e ce lo si debba godere.

Detto questo, cari ragazzi, sceglietevi pure i vostri favoriti, ma quando ve li criticano fino anche a smontarli, che abbiano ragione o meno muovete contrattacchi verbali non verso i gusti della persona, quanto piuttosto in difesa del pro wrestler giudicato. Sennò vuol dire che siete dei frustrati nel senso peggiore del termine, cristo santo.

Ci vediamo la prossima settimana, teste di merda. Buona Epifania e non mangiate troppi troiai.

Francesco Pozzi

Editorialista da tre anni, appassionato spudoratamente di questo sport da undici. Amante di qualsiasi tipo di stile di pro wrestling ci sia al mondo, con una predilizione per lo Strong, il British e l'Hardcore Style. Indyviduo, in fissa con alternative rock e metal, difficile trovare una stanza di casa mia che non abbia libri o fumetti. Nerd with an attitude.

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