La scorsa settimana non c’è stato nessun I Cunt Speak. Lo ammetto, non avevo idee. Non avevo la benché minima trovata sulla quale poter scrivere qualche riga, ma per fortuna i nostri amici britannici accorrono in aiuto come spesso fanno per permettermi di sparare le mie stronzate. Avrete certamente capito che il discorso si lega al WWE United Kingdom Championship Tournament (che da ora in poi chiamerò semplicemente “torneo” perché col cazzo che mi va di scrivere di nuovo tutto il nome), tuttavia non ho intenzione di dirvi di quanto la prima serata mi abbia fatto cadere i coglioni e di quanto la seconda, per quanto migliore, sia stata niente più che un evento di buona qualità con un paio di incontri belli ma non certo da ricordare negli anni a venire, oppure che ritengo ‘sti pseudo-fenomeni british fin troppo sopravvalutati in molti frangenti, ben sì di un discorso che mi sono veramente rotto i coglioni di sentir fare: se vai in WWE dopo che sei stato nelle indies, sei finito.

Calma, non è sempre falso. Ammetto che quando si parla di un Sami Callihan qualunque il trattamento riservatogli è stato assolutamente vergognoso, per non parlare poi di altri casi (come Sami Zayn, esempio più lampante di tutti in questo momento, a mio avviso) in cui sì, non si parla esattamente di gestione del cazzo, ma di posizione troppo bassa in card e merito maggiore di considerazione sì. Cionondimeno si nota benissimo che per quanto alcuni atleti britannici vengano esaltati come se già fossero arrivati, non lo sono manco per il cazzo. Mi spiego meglio con un esempio, che poi è un po’ il fulcro dominante di questo articolo.

Pete Dunne è stato il protagonista assoluto del torneo. Ha dominato in lungo e in largo e non solo: ha costruito un personaggio che già era stato abbozzato in maniera intelligente in PROGRESS e che, in particolare, ha trovato il suo apice in questa competizione prima attaccando alla fine della notte di apertura il suo avversario nei quarti di finale Sam Gradwell e, successivamente, martoriando ogni suo rivale compreso il suo opponent nella finale, Tyler Bate. Il tutto coadiuvato da un William Regal incazzato come una iena per il rischio che il torneo cui egli aveva lavorato per i passati sei mesi andasse clamorosamente a farsi fottere per colpa del vergognoso ed antisportivo comportamento del Bruiserweight.

Tutto questo, però, non significa che l’attuale PROGRESS Champion si sia consacrato, oh no. Verissimo che è migliorato in maniera incredibile negli ultimi due anni, ma è altrettanto veritiero che questo è semplicemente il suo punto di partenza, non la consacrazione definitiva. Ed il perché è presto detto: c’è gente che lo paragona a Fit Finlay, altri che pensano sia intoccabile, altri ancora che ritengono sia il vero fenomeno e l’astronascente di questo 2016. Stronzate. Mai sentite così tante una dietro l’altra. Se già paragonarlo a, e lo scrivo maiuscolo così vi rendete conto della portata di questa cazzata, FIT FINLAY, è un’eresia assoluta, trovo che ritenere un ragazzo nato nel 1993 e con sì un decennio di esperienza alle spalle ma anche tanto, anzi troppo, tempo passato a regalare quelle belle prestazioncine da due soldi e belle esclusivamente per la cura della qualità estetica delle manovre nelle varie promotion, qualcuno che si è definitivamente consacrato sia non esagerato, ma stupido.

Ed è proprio questo il motivo per cui il mio parere prende vita: la WWE non sempre è il posto dove andare per rovinarsi la carriera e mandare a farsi fottere tutto quello che si era fatto nelle indies precedentemente, personaggio compreso magari. Al contrario, può essere un lido dove riuscire a proporsi come un “kind of a big deal”, come dicevano nel film Anchorman, ed affinare le proprie doti non solo di pro wrestler, ma anche di personaggio. Penso, infatti, che purtroppo Pete Dunne debba fin troppo adeguarsi e che se non fosse per il gusto flatulento e per l’esaltazione esagerata del pubblico britannico sarebbe già riuscito ad impressionare più del dovuto. Ma no, i fans più stupidi del mondo (e se non ci credete sappiate che per tutta la seconda serata del torneo, ogni volta che qualcuno stava fuori ring e il conteggio dell’arbitro era in corso urlavano all’unisono “TEN!!!” come Tye Dillinger) vogliono quel prodotto e tu devi schiaffarglielo in faccia, altrimenti piangono. E saranno anche i primi, pure se non soli visto che in tutto il mondo va di moda questa tendenza, ad acclamare il proprio beniamino quando pagheranno fior fior di bigliettoni per venirlo a vedere dal vivo, ma anche quelli in prima linea pronti a lamentarsi e a definirlo sprecato dal Triplo e famiglia esclusivamente perché non fa più tutto quello che faceva nelle indies.

Quindi il mio discorso non vale solamente per Pete Dunne, ma per molti pro wrestlers che negli ultimi anni e in particolare con l’aumento del successo di questo sport in Europa e nel Regno Unito soprattutto vengono esaltati oltre ogni immaginazione, quando invece un periodo nel giro che conta maggiormente, in mezzo a professionisti di fama internazionale e con esperienza gigantesca sul come lavorare il pubblico e proporsi al meglio, farebbe loro benissimo. Perché se posso accettare che un BT Gunn, un Chris Renfrew o un Jimmy Havoc siano forse un po’ troppo per il format proposto dalla WWE e che è stata una mossa non del tutto furba, solo dal punto di vista dell’immagine e del prodotto che si vuole proporre a Stamford come penso sia intendibile, acquistare un satanista come Tommy End e proporlo senza censurare in qualche modo i suoi tatuaggi e certi simboli sul suo ring attire, al contrario non mi va giù che altri performers debbano essere considerati dei Messia senza mai rinnovarsi nelle federazioni indipendenti e non avendolo ancora fatto alla corte dei McMahon.

Quindi, cari ragazzi, fatemi un favore: prima di parlare oltre che al guardare, per una volta, in tasca a chi va in WWE così che possiate capire che si tratta anche (e in certi casi soprattutto) di motivi legati all’economia, chiedetevi se chi approda a Stamford possa essere davvero considerato finito.

O sennò guardatevi dove cazzo è Shinsuke Nakamura che manco aveva bisogno di affinare il proprio personaggio, imbecilli di merda. Ci vediamo al prossimo numero dell’I Cunt Speak, regards.