“Milton, ma perché è dal 20 gennaio che non pubblichi un articolo?”

Semplice, cazzo, perché avevo un blocco che nemmeno Jack Torrance, solo che siccome col pisello che il mattino ha l’oro in bocca e che io sono noioso perché lavoro tanto e mi svago poco, eccomi di nuovo qui ad ammorbarvi i coglioni con la rubrica più irriverente che esista sul wrestling web. E il Punisher War Journal muto che è famoso solo per le foto della fregna che mette in tutti i suoi pezzi. Ad ogni modo, sono qui oggi per parlarvi di un argomento che in Italia, ma anche all’estero volendo, fa discutere parecchio. Si può riassumere in una domanda.

Qual’è il limite tra l’anonimato e lo stereotipato? In altre parole, quando si inizia ad accusare la noia mentre si guarda la prima categoria e il pensiero che ciò che si sta vedendo è profondamente stupido nel momento in cui si osserva la seconda? E’ presto detto.

Io, personalmente, sono un grande fan dello storytelling ed amo chi è in grado di interpretare un ruolo ottimo da questo punto di vista sul ring. E’ per questo che nonostante Chris Renfrew abbia un moveset molto limitato con tante trademarks e lotti spesso anche solo a pugni in faccia è probabilmente il mio attuale pro wrestler preferito. Ma amo anche performers come Timothy Thatcher che hanno saputo costruire sul loro approccio nobile e old school alla disciplina, consistente in un’entrata semplicissima, in un attire altrettanto spartano e in un temperamento generale da vero World of Sport Professional, un vero e proprio marchio di fabbrica che riesce tanto bene a contraddistinguerli in mezzo alla massa.

Cionondimeno, spesso certi performers (e qui mi dispiace ammetterlo ma è un caso isolato quasi solamente in Italia) pensano che estremizzare questi due modi di porsi sia una buona idea. Ma come si dice dall’alba dei tempi, il troppo stroppia. E per parafrasare quel che diceva Elvira Montana in Scarface “gli eccessi portano sempre agli eccessi”. Indi per cui o sei in Chikara che ha un formato family friendly ma comunque propone azione in stile lucha mischiata, di tanto in tanto, con del comedy a parer mio molto stupido ma a tratti divertente, oppure è il 2017 e porco giuda è meglio se smetti di pensare di vivere negli anni ’80. Non mi riferisco a delle persone in particolare, sia chiaro. Questo articolo, per una volta, non intende attaccare nessuno ma semplicemente esprimere il mio pensiero in merito.

E qual è la mia opinione? Io penso che come tante altre cose serva una vera e propria mediazione. D’altra parte non si può biasimare un personaggio molto anni ’80 come Kongo Kong, visibile in un certo qual modo come un Kamala riciclato ma più grosso e con un manager che è un grande intrattenitore, se non si spendono due parole su quanto siano anonimi i TM61 (o TMDK, se preferite), per quanto la loro bravura sul quadrato sia evidente.

Penso a dire il vero che la soluzione più semplice sia da ricondursi alla personalità dell’individuo che si cela dietro la metaforica maschera chiamata, da me un po’ con antipatia ma tant’è, gimmick. Nonostante tutto io non mi oppongo per partito preso a questa concezione, anzi penso che sia parte della questione, ma che non deve mai e ripeto mai prendere il sopravvento. Mi spiego meglio prendendo un atleta che a me piace molto come spunto: avete presente Kenny Williams, l’attuale ICW Zero-G Champion? Ecco, se lo avete visto, avete sentito la sua theme, notato il suo attire e la tavola da surf “volante” che si porta dietro, avrete compreso che il suo personaggio è preso pari pari da ritorno al futuro. Ma si può pensare che Kenny sia Michael J. Fox 2.0? Io penso di no. Lui è The Bollocks ed è niente più che un ragazzo un po’ ribelle, competitivo e spesso col sorriso sulle labbra, una figura che si può benissimo trovare a scuola o in una delle nostre comitive. E questo perché? Semplicemente per il motivo sopracitato: la gimmick non prende il sopravvento su quella che è la reale personalità del nostro scottish flyer preferito.

E se ancora non credete alle mie parole, usciamo dal pro wrestling e pensiamo alla comicità: perché i vecchi Scary Movie, nonostante possano far ridere o meno, erano comunque film che avevano senso di esistere in quanto parodia di pellicole horror ben più famose? Semplice: perché nonostante tutto, i mostri rimanevano quelli dei film originali ma facevano cose che la loro controparte seria non si sarebbe mai sognata di mettere in pratica. Ed è quella la cosa divertente, rendere il più coglione possibile un personaggio già esistente mantenendo viva la sua figura. Non credo che mettendo un tutù a Ghostface sarebbe stato divertente quanto lo è, per esempio, vederlo inseguire Carmen Electra e tirar fuori un pezzo di silicone dopo averle pugnalato una tetta.

So che qualcuno potrebbe pensare che sono impazzito e che questo discorso non c’entra un cazzo col pro wrestling e la caratterizzazione che si da al proprio alter ego che sale sul quadrato, tuttavia penso che sia molto poco opinabile, se non per niente, il fatto che se ci si limita ad accentuare la propria personalità mantenendola intatta e, appunto, facendo cose che nella vita di tutti i giorni ci sogneremmo semplicemente, si sia molto più interessanti da guardare. Per concludere, credo che niente come una frase detta da Phil Anselmo in una delle più famose canzoni dei Pantera possa riassumere esaurientemente il mio pensiero: you can’t be something you’re not.

E detto ciò, ci vediamo sulle pagine del prossimo I Cunt Speak. Se non vi va, non me ne frega un cazzo, tanto il mio pubblico ce l’ho comunque. See you next week, fuckers.