I Cunt Speak #51: Location

Ciao, bastardi. Questa settimana voglio andare dritto al punto, perché ho un po’ di considerazioni da fare e non ho voglia di perdermi in chiacchiere inutili. Ho intenzione di parlare di qualcosa che, normalmente, la gente non guarda. O magari lo fa, ma in maniera o troppo superficiale oppure nettamente sbagliata: sto parlando della location.

Questo sembra essere, almeno in Italia, un argomento estremamente discusso, per quanto approssimativamente. C’è un sacco di gente che si vanta di fare show in piazze molto affollate, oppure in determinati palazzetti e/o arene. Il che è anche normale, se ci pensate bene. Se la PROGRESS è passata dal Garage, all’Electric Ballroom, all’O2 Ritz, fino alla gigantesca arena di Bristol per arrivare, quest’anno, all’Alexandra Palace, un motivo di vanto effettivo c’è. Ma allora come mai si pensa in maniera sbagliata, per quanto mi riguarda? Semplice: perché la location NON fa lo show. Mi spiego meglio.

Se uno ha un roster molto valido, formato da atleti di alta qualità che riescono a dare facilmente spettacolo e a rimanere impressi al pubblico presente per le loro azioni sul ring, allora fondamentalmente se sceglie il posto con cura, basandosi su fattori quali la partecipazione del pubblico, l’atmosfera e il contenuto dello spettacolo, allora fondamentalmente il posto è veramente relativo. Ma se nel 2017 fornisci la solita roba e punti tutto esclusivamente sul numero di persone presenti e sulla location in se, allora significa che non c’hai proprio capito un cazzo e ciao, come dice Gemitaiz.

Voglio dire, la CZW ha sempre sfornato i suoi Tournament of Death in luoghi che, a guardarli dal lontano, un esterno o uno che non guarda il prodotto potrebbe benissimo scambiare per quattro scemi che si picchiano in giardino. Però non è così. E sapete perché? Perché certe federazioni educano. Educano? Cazzo dici, Troia? La verità, facce di merda.

Se lo spettatore si abitua al contesto, alla location, al modo in cui gli incontri vengono presentati e messi in scena, a certi personaggi, allora conseguentemente la ciambella viene col buco. Pochi cazzi, è così. E non mi perderò nel solito discorso secondo il quale “L’Italia vuole solo il calcio”. Perché non è vero. Andate ad Almenno San Bartolomeo, all’ASCA Dome, e poi fatemi un resoconto. Qui però si rischia di cadere in errore, perché potrei benissimo star parlando del pubblico e non della location in se. Sbagliato, di nuovo.

Quello che io credo è che siano si i fans e la loro partecipazione effettiva a decretare la qualità dell’atmosfera e la serietà del seguito che sta dietro ad una promotion, ma è anche vero che se qualcosa è presente già da prima, allora chi arriva a “contaminarlo” con le proprie urla, cori, applausi e reazioni emotive è semplicemente un elemento tanto fondamentale quanto aggiuntivo.

Indi per cui se fai uno show in una piazza e la riempi puoi benissimo dire di aver fatto un bel lavoro. Ma sarai ricordato se quella piazza la riempi di occasionali? Secondo me no. Ci sono migliaia di spettacoli in giro per il mondo che magari fanno anche un numero di presenze minore del tuo, ma la gente penso ricorderà con maggior piacere quelli, per come appunto è stato confezionato il prodotto, che non il tuo.

E porco Giuda puoi pompare quanto ti pare gli atleti coinvolti, l’importanza che ha per la tua promotion ciò che mandi in scena, ma la verità resterà sempre e solo una: se non educhi il pubblico a stare lì e ad essere partecipe non necessariamente al loro ennesimo spettacolo visto, ma al loro primo show, allora conseguentemente si parla di ammucchiata, non di folla.

Che poi ammucchiata per cosa? Ne è valsa davvero la pena? Mettiamo che uno metta il biglietto a 10 euro. Un prezzo modesto per uno show di pro wrestling. Direi assolutamente regolare. E supponiamo che tutto questo cash finisca nelle sue tasche. Ora le cose sono due: o è grano del Monopoli, oppure porcozzio uno lo spende davvero male. O più semplicemente, che è peggio, non ha voglia. In fondo Karl Malone e Dennis Rodman sono stati pagati un fantastilione di verdoni solo per combattere in WCW. Son scelte di marketing, pessime certo, ma pur sempre capaci di riempire un palazzetto. Il discorso quindi ricade sulla mentalità dell’organizzatore. Non è la location a fare lo show, ma il posto in cui lo organizzi ad essere parte integrante della qualità dello stesso.

Ricordo uno show della FMW dei tempi d’oro svoltosi in un ring in mezzo al mare. C’è un po’ di ridicolo e grottesco, magari, certo. Ma era, è resta tuttora oggi, uno degli esempi più lampanti di quanto una federazione, se riesce a promuovere un determinato prodotto, resti credibile in ogni frangente. E io sono arcisicuro che tutti quei rednecks di merda che a CZW Southern Violence si presentarono in quel capannone del cazzo non hanno certo contaminato il prestigio di una federazione che nei primi anni 2000 collaborava con la Big Japan e che ha sfornato decine su decine di talenti poi anche finiti per approdare a Stamford o, addirittura, diventare campioni assoluti. Ti voglio bene, Mox.

Insomma, lercio e un po’ squallido non è necessariamente negativo, se lo sfrutti bene. Indi per cui, e qui mi rivolgo più che altro ai miei connazionali, non pensate prima a dove, pensate a come fare cosa. E poi a dove farla. E’ un discorso un po’ schematico, certo. Ma a parer mio veritiero e inoppugnabile. Perché sono strasicuro di non essere l’unico ad essersi rotto il cazzo dei soliti spettacoli in itinere uno uguale all’altro la cui unica funzione è aumentare il numero di spettacoli svolti o, peggio ancora, soddisfare il volere di un determinato pubblico (di merda). Credo che dicendo Mohammed Aziz io sia stato sufficientemente esauriente.

In conclusione, questo non è un inno alla merda. Non dico che il ring debba avere solo due corde o che il luogo di svolgimento debba essere, che so, un garage di merda con pneumatici ovunque, puzza di benzina e sudicio su muri e pavimenti. Ci vuole professionalità e organizzazione. Ma contemporaneamente credo che queste ultime due cose possano benissimo ritrovarsi, in primis, nel modo in cui ciò che ho trattato finora viene presentato.

Per oggi l’I Cunt Speak finisce qui. Spero che abbiate gradito. Sennò chissenefrega.

See you soon, fuckers.

Editorialista da tre anni, appassionato spudoratamente di questo sport da undici. Amante di qualsiasi tipo di stile di pro wrestling ci sia al mondo, con una predilizione per lo Strong, il British e l’Hardcore Style. Indyviduo, in fissa con alternative rock e metal, difficile trovare una stanza di casa mia che non abbia libri o fumetti. Nerd with an attitude.

Francesco Pozzi

Editorialista da tre anni, appassionato spudoratamente di questo sport da undici. Amante di qualsiasi tipo di stile di pro wrestling ci sia al mondo, con una predilizione per lo Strong, il British e l'Hardcore Style. Indyviduo, in fissa con alternative rock e metal, difficile trovare una stanza di casa mia che non abbia libri o fumetti. Nerd with an attitude.

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