I Cunt Speak #56: Card

Quando il vino lo annacqui troppo finisce che non senti più un cazzo del sapore e non ti godi il gusto. Ma se la bevanda è fin troppo alcolica e non la diluisci almeno un po’, al secondo bicchiere sei già fuori combattimento e non riesci a divertirti per il resto della serata. Sempre di godimento si parla, in fondo, no?

La domanda dell’odierno I Cunt Speak è questa: perché nel pro wrestling c’è questa immensa tendenza all’esagerazione totale? Voglio dire, i momenti epici sono tali perché ce ne sono altri a fare da contraltare, o da contorno se preferite. In poche parole, il piacere massimo deve essere affiancato da momenti non necessariamente brutti (anzi, tali non devono essere), ma semplicemente aventi la funzione di riempire.

E se ancora non avete capito di cosa io stia parlando specificamente, lasciate che vi racconti una storiella dalla quale ricavare una considerazione o, se preferite, una morale.

L’altro giorno stavo guardando Wrestlerama: Dublin, prima delle due tappe dello show più importante dell’anno in casa Over The Top Wrestling. In card c’erano dieci match, di cui tre per i titoli maggiori, quattro con il dovere di innalzare lo star power e altri quattro fondamentalmente di riempitivo. Analizzando più nel dettaglio, solo una delle tre sfide titolate è stata all’altezza e, di quei quattro match di contorno, uno è stato puro no-sense portato avanti per tutto il resto della serata e conclusosi con un’esibizione demenziale di qualcosa come venticinque minuti. No, non sto scherzando. Come mi pare ovvio che in quella marmaglia obbrobriosa fosse presente Joey Ryan, che o si ritira o cambia personaggio, perché così è imbarazzante a dir poco.

Dove voglio arrivare con questo discorso? Semplice. Se globalmente la card dell’evento era comunque di ottima qualità, capace quindi di presentare una varietà di incontri sulla carta tra di loro molto diversi e perciò capaci di fornire emozioni di tipo differente l’una dall’altra e le aspettative sul lottato sono state generalmente rispettate, Wrestlerama è stato un evento lungo. Ma non nel senso che 4 ore sono troppe, Wrestlemania X-7 scorre che è una bellezza, per dire. Questa affermazione è più che altro riconducibile al fatto che la costruzione generale, per essere l’evento più importante dell’anno, non è stata a parer mio ben scritta. Anzi, ha avuto proprio una costruzione quasi inesistente. Passi per Ryan Smile campione il cui titolo ha dato alla testa, così come Martina che mette da parte birra e sigarette per lottare seriamente contro la first lady del pro wrestling irlandese, Katey Harvey, ma non accetto che un evento così prestigioso non possieda una costruzione almeno minima per ogni incontro. Ed attenzione, perché non sto parlando di storyline o del mio prototipo di pro wrestling perfetto, oh no. Sto semplicemente trattando di struttura.

E’ quest’ultima, a parer mio, a rendere maledettamente epico un determinato tipo di evento rispetto ad un altro, perché ogni card secondo me dovrebbe avere delle caratteristiche specifiche. E’ un evento di transizione? Piazzaci dei match per far continuare determinate rivalità, magari non in modo diretto ma utilizzando anche promo e segmenti nel backstage, troppo messi da parte (ed è uno sbaglio enorme) in questi ultimi tempi, aggiungendo poi incontri che innalzino la qualità generale del lottato in modo da avere anche qualcosa di diretto, concreto.

Se invece si tratta del tuo Grandaddy of Them All, della tua Wrestlemania insomma (perdonatemi gli accostamenti continui alla WWE, ma sono gli esempi più vicini che mi viene in mente se si parla di tutto ciò), utilizza i sopracitati show meno di cartello per contribuire a rendere interessanti gli incontri anche grazie alla storia che sta loro dietro.

Io, personalmente, ho cominciato ad amare la Insane Championship Wrestling proprio in base a questo: vedevo i Fight Club, notando che pur mantenendo una qualità medio-alta le storie proseguivano per poi concludersi agli eventi più prestigiosi, e mi dicevo che forse tanto del prodotto indipendente europeo e non solo non era così al passo coi tempi quanto la promotion di Mark Dallas.

Alt, sento già qualcuno che mi punta il dito addosso sostenendo come io sia uno di quelli da “cose semplici e immediate”, al che vi rispondo immediatamente che sono il primo a segarmi su certi prodotti come l’Ultraviolent e molti spotfest. Quello che sto dicendo è ben diverso.

Avete notato come io abbia detto “al passo coi tempi”? Ecco. Non parlavo di monetizzazione o di visibilità. Non è un mistero che molti atleti della sopracitata ICW non siano così conosciuti agli occhi del grande pubblico (parlo di quelli che pensano che guardando un paio di match di Pete Dunne e Ricochet ci si possa effettivamente capire qualcosa della disciplina nel suo insieme), quanto più di bravura nello scrivere. Perché se nel 2017 sei in grado di proporre card in cui praticamente tutti i match hanno una costruzione sopraffina, primo caso specifico che mi viene in mente è Fear and Loathing IX con il 4 vs 4 tra Black Label e Team Dallas la cui preparazione è durata un anno, stando inoltre attendo a non incappare quasi mai nel già visto e, qualora succeda, migliorandolo o adattandolo al tuo stile, allora meriti rispetto.

E la ICW non è l’unica. Passi che si parla di roba più bambinesca (fino a un certo punto), ma la CHIKARA del 2014 secondo me andrebbe veramente studiata dal punto di vista di come si costruiscono le card. Veniva dato spazio praticamente a tutti ed anche il più semplice degli incontri poteva nascondere dietro non solo motivi tutt’altro che futili per mandare avanti le storyline, ma anche eventuali connessioni con altri match all’interno di quella card che nessuno aveva precedentemente notato. E se non ci credete, guardatevi la crociata di Deucalion contro molti degli atleti del roster.

La morale di fondo, comunque, qual è? Presto detto: per colpa di questa gigantesca perdita di scrittura, a parer mio è molto comune al giorno d’oggi trovare tanti programmi assai simili tra di loro, nei quali non si capisce bene quale sia il match che è un vero big deal e, oltre a ciò, chi siano i veri draw della federazione. E sono assolutamente certo che se nel pro wrestling si perde un po’ di identità individuale, si finisce per ricadere nel puro fan service. E sapete cosa penso di ciò, nevvero?

Non mi sento di aggiungere altro. Vi invito a rifletterci. Potreste scoprire di essere d’accordo con me, oppure rendervi conto di quanto io sia un dichiarato rompicoglioni. Ci vediamo la prossima sett… no, come non detto, ci becchiamo a The Great Beyond in quel di Almenno San Bartolomeo, qualora voleste personalmente stringermi la mano o, meglio ancora, sputarmi. Avreste tutto il mio appoggio in caso faceste la seconda.

Regards. E forza ASCA.

Francesco Pozzi

Editorialista da tre anni, appassionato spudoratamente di questo sport da undici. Amante di qualsiasi tipo di stile di pro wrestling ci sia al mondo, con una predilizione per lo Strong, il British e l'Hardcore Style. Indyviduo, in fissa con alternative rock e metal, difficile trovare una stanza di casa mia che non abbia libri o fumetti. Nerd with an attitude.