Holy Sh*t #11 – C’era una volta il wrestling

“Certi amori non finiscono mai. Fanno dei giri immensi e poi ritornano.” E così, a distanza di un mese e mezzo circa, ritorna l’Holy Sh*t , con un nuovo gestore ad occuparsene. Oggi, come primo giorno di lavoro, voglio raccontarvi una storia che vi terrà incollati allo schermo fino alla fine. Enjoy!

C’era una volta, in una magica città chiamata Stamford, negli Stati Uniti, la sede di una federazione che coglieva dal nulla i futuri talenti del wrestling e li trasformava in leggende. Li pescava dappertutto e, puntualmente, riusciva a renderli qualcuno e a consacrarli come beniamini della folla. Come in tutte le fiabe, però, ci sono sempre dei cattivi. I cosiddetti “cattivi ragazzi”, wrestler di prospettiva che si ribellavano alle regole ed andavano contro la folla.

Nel complesso, questi ragazzi si dividevano in “face” e “heel”. Ossia, i buoni e i cattivi. Come era prevedibile, erano i buoni che prevalevano, come in tutte le fiabe, appunto. Tra questi, c’era un ragazzone davvero bravo, il più buono e ben voluto di tutti, quello più “over” con la folla. Il suo nome era Hulk Hogan ed era impossibile confondere il suo personaggio. Capelli biondi, baffi dorati, fisico massiccio e colori rosso e giallo come segno distintivo erano le caratteristiche che meglio lo descrivevano. Hulk Hogan era una specie di mago. L’unico uomo che riusciva a riempire le arene in cui andava in scena il teatrino della WWF. L’ “Hulkamania” correva selvaggia, a cavallo tra gli anni ’80 e i primi anni ’90, facendo le fortune del boss, il grande capo, Vincent Kennedy McMahon, colui che gestiva la baracca.

A metà degli anni ’90, la Gimmick Era continuava a coinvolgere grandi e piccini, diffondendo in tutto il mondo, la disciplina. Tuttavia, il popolo iniziava a stufarsi. Il prodotto offerto, iniziava ad annoiare i più grandi. Fu così che accadde l’impensabile. Dopo il passaggio di Hogan in WCW nel giugno del 1994, The Immortal fu protagonista di uno degli eventi più scioccanti della storia del wrestling. Il 7 luglio 1996, a WCW Bash at the Beach, il più grande tra i bravi ragazzi, cambiò strada e divenne un heel. La folla era incredula. Hulk Hogan era intervenuto nel main event della serata attaccando Randy Savage ed alleandosi agli Outsiders, Kevin Nash e Scott Hall. Ma non finisce qui. Lo stesso Hogan arricchì il suo aspetto e cambiò il suo personaggio, facendosi crescere una incolta barba scura sotto ai caratteristici baffoni e sostituendo il giallo ed il rosso con il nero, come colori-simbolo. Egli era il maschio alfa, perciò si aggregò agli Outsiders per formare un trio (che poi si sarebbe arricchito negli anni) volto a comandare in WCW. The NWO era il nome della stable. Il Nuovo Ordine Mondiale. Alla presentazione del suo nuovo personaggio, Hogan si dimostrò una persona del tutto nuova, ricca di odio e menefreghismo nei confronti degli altri e reputandosi il miglior uomo della compagnia, al quale non veniva tributato il dovuto rispetto.

Il pubblico si stava rassegnando ad un era di dominio nemico, il dominio del male. Ma non andò esattamente così e a Starrcade 1998, Hulk Hogan dovette cedere alla Scorpion Deathlock del salvatore, il vero volto della WCW, Sting. Anche questa volta, il bene ebbe la meglio.

Parallelamente, a Stamford, il prodotto offerto al pubblico si stava lentamente evolvendo, dando vita a qualcosa di totalmente diverso da ciò che conoscevamo. Il wrestling stava crescendo, stava maturando, stava iniziando una nuova era, più rude, brutale, violenta, adatta ad un pubblico più adulto e maturo. Stava iniziando l’Attitude Era. Come ogni periodo storico che si rispetti, anche l’Attitude Era aveva il suo volto ed era qualcosa di completamente differente dall’Hulk Hogan di fine anni ’80. Stone Cold Steve Austin non era il classico buono, lui aveva qualcosa in più, quel pizzico di durezza che lo rendevano un’icona paradossale rispetto ai buoni visti nella Gimmick Era. Stava nascendo, assieme all’Attitude Era, il ruolo del tweener. La WWF era passata ad un nuovo capitolo della propria storia. Un capitolo fondamentale, un capitolo che forgiò e consacrò le future stelle del wrestling.

La stella di Stone Cold Steve Austin, appunto, si generò in un modo del tutto diverso rispetto a quello di Hogan. Il Texas Rattlesnake nasce come heel. La sua storia comincia a King of the Ring 1996, dove sconfigge con la Stunner, il povero Jake “The Snake” Roberts nella finale del King of the Ring Tournament. Dopo aver schienato l’avversario, Austin effettua un promo dove annuncia pubblicamente di puntare al titolo WWF di Shawn Michaels, altra leggenda dell’Attitude Era. Ma la vera leggenda nasce con Austin 3:16. Stone Cold si rivolse con tutto l’odio possibile al povero Roberts e, seguendo un passo della Bibbia e facendolo suo, entrò nella leggenda. Quel promo fu uno dei pochi nei quali senti il profumo di successo già prima dell’inizio di tutto quanto.

Quel periodo, comunque, non è ricordato solo per Stone Cold. In questo periodo, la WWF ebbe la voglia di rischiare e portò all’evoluzione numerosi membri del roster. Alcuni di questi ebbero davvero tanto successo e riempiono tutt’ora i palazzetti. Sto parlando di gente come Triple H, The Rock, Kurt Angle, l’ormai ritirato Mick Foley, the Undertaker, il vecchio Bret Hart e il sopracitato Shawn Michaels, senza dimenticarci dei vari astri nascenti nella categoria tag team, come Edge & Christian, i Dudley Boyz e gli Hardy Boyz, che hanno partecipato ad alcuni dei match a coppie più belli di sempre, spesso con il coinvolgimento di tavoli, sedie e scale.

Bisogna proprio dirlo: la WWF, in quel periodo, seppe cogliere l’attimo, seppe tenere a bada le paure e rischiò di bruciare questi atleti, pur di renderli qualcuno. E vennero ricompensati. Il mito di Austin & Company verrà ricordato sempre come uno dei periodi più brillanti della storia del pro wrestling, periodo in cui non si pensava a nulla, pur di intrattenere lo spettatore. Match sanguinosi, parolacce, carisma a fiumi e heel e tweener in abbondanza erano gli ingredienti pricipali per ottenere del vero wrestling, lì a Stamford.

E mentre in WWF, in seguito diventata WWE, impazzava il mito delle leggende nominate in precedenza, le federazioni di wrestling nascevano come funghi e con loro, nuovi talenti si presentavano all’orizzonte. Fu in quel periodo, nei primi anni 2000 che la nacque la Ring of Honor, indy tutt’ora esistente e ricordata per aver forgiato fuoriclasse come Christopher Daniels, Frankie Kazarian, CM Punk, Samoa Joe, AJ Styles, Nigel McGuinness e tanti altri. La WWE non si fece mancare nulla ed iniziò a fare un po’ di spesa, consapevole del fatto che ogni cosa ha un inizio ed una fine, proprio come l’Attitude Era, che termino nel marzo del 2001, col tradimento di Austin, la vendita della sua anima al rivale di una vita, il boss, Vince McMahon stesso e il conseguente turn heel ai danni di The Rock, altro storico nemico del Texas Rattlesnake. Con l’acquisto di gente del calibro di Rey Mysterio, Eddie Guerrero, Chris Benoit e Chris Jericho, la valorizzazione in singolo di gente come Triple H ed Edge e la nascita delle future stelle della WWE, vedi John Cena, Batista e Randy Orton, nacque la Ruthless Aggression Era, un periodo che va dal 2001 al 2008 e ricordato per match come Shawn Michaels vs Triple H vs Chris Benoit di WrestleMania 20 e anche per la morte di Eddie Guerrero e Chris Benoit, rispettivamente nel 2005 e nel 2007.

La Ruthless Aggression Era è ricordata per alcuni motivi ben precisi. Su tutti, la nascita di una delle più importanti stable di sempre, l’Evolution, capitanata da Triple H e alla quale si unirono Batista e Randy Orton, oltre al manager di The Game, Ric Flair. Basata sui Four Horsemen, l’Evolution ebbe maggior successo tra il 2003 ed il 2004, quando regnava incontrastata a RAW, conquistando di tutti i titoli dello show rosso, allora diviso dal roster di Smackdown dalla santissima Brand Extension, che oggi sarebbe fondamentale…ma ne parleremo più avanti.

Oltre all’Evolution, nella Ruthless Aggression Era non possiamo dimenticarci di WrestleMania 21. Fu proprio qui, a Hollywood, che per la prima volta si sentì il profumo di cambiamento, con i giovani John Cena e Batista trionfanti nei loro match titolati, il primo per il WWE Undisputed Championship di JBL ed il secondo per il World Heavyweight Championship del suo ex compagno, Triple H. Nella ventunesima edizione di WrestleMania, nacque il mito di John Cena e Batista, due dei volti della PG Era.

E, siccome l’abbiamo nominata, parliamo della tanto criticata PG Era, nata nel 2008 a seguito del cambiamento di stile della WWE, che è tornata un prodotto per famiglie. Ed è proprio questo il punto. È da quel 2008 che la fiaba WWE ha iniziato ad accartocciarsi su stessa. I bookers e Vince persero l’ebbrezza del rischio ed evitarono di pushare gente meritevole, fino ad ottenere la situazione disastrosa attuale. Con un roster enorme, la WWE lascia marcire la gente meritevole, illudendosi che il volto della federazione, John Cena, sia sempreverde. È vero, hanno saputo reinventare l’Evolution con l’Authority e dare così una meritatissima visibilità a wrestler del calibro di Seth Rollins e Dean Ambrose ma… gli altri?

Tornando al discorso di prima, la PG Era è strettamente legata al passato, non si apre al futuro, i booker non rischiano e il risultato sono storyline noiose e gente con un bagaglio di esperienza nelle indy che perde incontro su incontro. Ma se è vero che la PG Era è prettamente legata al passato, perchè hanno abolito la Brand Extension nel 2011 e unificato i due titoli massimi dei roster di RAW e Smackdown? La risposta possono saperla solo loro.

L’unica cosa sulla quale possiamo basarci è : perché riempire NXT di fenomeni, trattarli bene e poi ridurli a jobber nel main roster? Classici esempi sono gli ex NXT Champion Neville e Bo Dallas, relegati agli show settimanali. E perché acquistare fuoriclasse su fuoriclasse, indebolendo le altre federazioni, per poi tenere questi wrestler fermi ai box?

Molti direbbero “si stava meglio quando si stava peggio”. No, non è così. Io ho molta fiducia nella WWE e sono sicuro che un giorno, lì a Stamford, si alzerà un luminosissimo arcobaleno. Bisogna solo credere, come abbiamo fatto dal 1984, con la nascita della Hulkamania, ad oggi. Perché si sa, nelle fiabe c’è sempre un lieto fine.

L’undicesima edizione dell’ Holy Sh*t termina qui. Ringrazio tutti per la gran dose di pazienza servita per aver letto tutto e vi aspetto tra due settimane per affrontare assieme nuove tematiche. Passo e chiudo.

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