Holy Sh*t #61 – Cosa pensa un sedicenne di Bruno Sammartino

Bruno Sammartino se ne è andato.
82 anni è vissuto il wrestler italiano più importante della storia, una leggenda, un immortale. 2803 giorni di regno da WWWF World Heavyweight Champion, e tante altre conquiste da considerare.
Cosa pensa un sedicenne di un lottatore così?

Scrivo per questo sito da ormai due anni, e mai mi sarei aspettato di parlare di questo avvenimento. La morte di Bruno Sammartino ha colpito tutti, eppure nessuno si sente davvero male per la sua morte, poiché siamo tutti ragazzi, noi fan di wrestling. In Italia, l’età media della community può oscillare tra i 15 e i 16 anni, con qualche eccezione di persone adulte, ma mai abbastanza per essere giunte a vivere parallele alla carriera dell’Italian Strongman. Ciononostante, siamo tutti rimasti molto male per la morte di Bruno Sammartino, come se un pezzo del nostro cuore se ne fosse andato per sempre. Sarà per via della sua aura da leggenda vivente, dal fatto che sembrasse immortale, oppure perché potremmo considerarlo come il nonno di tutti noi fan, senza il quale la WWE attuale non sarebbe mai decollata effettivamente. Pochi giorni dopo la sua morte, il fatto che il wrestling abbia perso un uomo come Bruno Sammartino sembra non faccia più male, come se il dolore fosse già passato. D’altronde, lui aveva una certa età. Ma non è così che si dimentica un lottatore simile.

Io non ho mai visto un match di Bruno Sammartino. La sua perdita mi ha lasciato piuttosto sconvolto però, questo perché era totalmente inaspettata.

Bruno Sammartino era per noi italiani l’unico tra i tanti, il vincitore. Il solo ad essere riuscito in un oceano completamente inesplorato. Bruno Sammartino era l’incarnazione del sogno americano, della sua leggenda. Partire da zero, partire con un sogno, e ritrovarsi dieci anni dopo ad averlo reso realtà. E tutto questo dopo aver ricominciato da zero la propria vita. Bruno Sammartino arrivò in America all’età di 15 anni assieme alla sua famiglia, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Davanti a lui tante incertezze. E fu proprio una fra queste, un’incertezza su tutte, a renderlo ciò che è diventato. Dopo aver registrato un nuovo record mondiale nel sollevamento pesi, di fatto, per lui si aprirono le porte del wrestling, quello sport tanto nuovo e affascinante, una scommessa sulla quale puntare, ma sulla quale era assolutamente vietato speculare. Eppure, quella disciplina tanto bizzarra e articolata, stava muovendo i suoi primi passi nel circus degli sport da combattimento. Fu per merito di Vincent J. McMahon, non un lungimirante qualunque, che Bruno Sammartino arrivò in WWE. Su di lui si puntava molto.
Il resto è storia, storia di un abruzzese come tanti, un italiano qualsiasi, che inseguiva un sogno non decifrato, una ragione per vivere, un obiettivo imprecisato secondo il quale condurre al meglio la propria seconda vita negli Stati Uniti, dove tutto era sconosciuto e a tutto si era impreparati. Bruno Sammartino seppe dire i suoi “Sì” ed i suoi “No” al momento giusto, meritando ogni singola vittoria. Tutto ciò che gli venne dato dalla WWWF, The Original Italian Stallion lo trasformava in oro, scrivendo capitoli di storia dello sport-entertainment. Scrisse la storia quando divenne il secondo campione del mondo dei pesi massimi WWWF in assoluto quando sconfisse in 48 secondi Buddy Rogers, scrisse la storia quando partecipò al primo evento di wrestling nel ristrutturato Madison Square Garden nel 1968, scrisse la storia quando battè Stan Stasiak per divenire il primo two-time WWWF World Heavyweight Champion della storia, e fece lo stesso quando sconfisse il suo allievo Larry Zbyszko nello Steel Cage Match dello Shea Stadium di New York.
Finalmente, Bruno Sammartino, dopo aver passato decenni a scrivere la storia, si ritrovò protagonista della stessa: la storia scrisse il nome di Bruno Sammartino e lo ripose nei suoi annali quando lo Stallone Italiano Originale entrò nella Hall of Fame della WWE nel 2013, per mano di Arnold Schwarzenegger, nel Madison Square Garden che lui tanto bene conosceva, dopo i 188 sold out ottenuti proprio per via del suo nome. Fu questo l’equo riconoscimento dopo una carriera durata ventidue anni e dedicata al wrestling. Questo era Bruno Sammartino, uno scrittore e uno scritto, della storia e dalla storia. Lo Strongman Italiano, la Leggenda Vivente, uno degli ultimi grandi signori del wrestling rimasti di quell’epoca lì.

Per questo motivo, per ciò che Sammartino ha simboleggiato e continuerà per sempre a rappresentare, il dispiacere per la sua morte è stato unanime e collettivo. Nessuno poteva mai immaginare la caduta del gigante buono, colui che si era sempre rialzato tutte le volte che era finito a piegarsi su un ginocchio.
L’uomo di Pizzoferrato ha rappresentato la vittoria dell’uomo e dei suoi sogni in terra americana. Bruno Sammartino, per me, un sedicenne che mai lo ha visto lottare, è un’icona, poiché capace di riuscire ad imporsi fra i tanti e rendere reale ciò che solo durante la notte, nel sonno, egli poteva immaginare. I sogni sono fatti per essere realizzati e la vita di Bruno Sammartino altro non è che un sogno divenuto realtà. La prova che The American Dream non è solo una trovata pubblicitaria, una farsa oppure il soprannome di Dusty Rhodes. The American Dream è realmente esistito, e Bruno Sammartino ne è stata la perfetta incarnazione.

Non conoscevamo quel signore lì, noi fan di wrestling nati fra la fine del ventesimo e l’inizio del ventunesimo secolo, ma oggi possiamo asserire con certezza che mai più nascerà qualcuno come lui, qualcuno che farà sentire un fan di wrestling orgoglioso di essere italiano.

Alla fine di tutto, la domanda resta: perché il dispiacere per la morte di Bruno Sammartino è già finito?
Perché ora si è grati.
Grazie, Living Legend.

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