Holy Sh*t #68 – Un uomo o un personaggio?

Paul Heyman, un avvocato, un personaggio, un padre, un figlio, un marito, un uomo. Uno dei suoi soprannomi è “One of the greatest minds in Professional Wrestling”, che non credo necessiti traduzioni. E così è. Eppure, Paul Heyman, cerchiamo di osservalo con un occhio più umano e personale, al di là delle storyline: lui è nelle mani di Brock Lesnar, che lo paga per difenderlo e per presenziare al posto suo. Una mente tanto brillante, obbligata, intrappolata nel suo destino, nel suo lavoro. Lui, un manager, un commentatore, un booker di successo, limitato nel ruolo del leccapiedi del campione Universale.
Questa non vuole essere un’accusa a lui o a chi ha scelto di metterlo in questa posizione, ma una disamina della persona Paul Heyman, un soggetto schiavo del suo cervello se visto come se il wrestling non fosse semplice intrattenimento, un personaggio sul quale sarebbe magnifico costruire uno spin-off come in una serie tv.

Tutti noi adoriamo Paul Heyman. Ha carisma, una parlantina fuori dal comune per quanto ripetitiva a tratti e un magnetismo naturale: chiunque ascolti un suo discorso ne resta sempre ammaliato. Lui è un catalizzatore d’attenzioni, proprio come un avvocato. Fluente, sciolto, rilassato: potrebbe fare il politico e invece para le spalle a Brock Lesnar, prigioniero del suo io, dipendente quando la gente potrebbe tranquillamente dipendere da lui. Si dice che molti si trovino bene a farsi comandare, ma io non credo che Heyman sia in queste condizioni: lui non ha scampo perché ha bisogno del suo lavoro per mantenere la propria famiglia, perché d’altronde è sempre un uomo, oltre alle sue doti da oratore che quasi lo consacrano a divinità davanti a tutti noi tifosi. Così certe volte si è costretti a fare quello che non vorremmo pur di restare nella barca. Lo scenario verificatosi nell’ultima puntata di RAW, con Heyman implorante ai piedi di Kurt Angle, prima dell’arrivo del suo assistito, è caratteristico e pittoresco: illustra meravigliosamente la situazione di un signore di 53 anni con le mani legate, e il suo sorriso, il suo ghigno malefico e di sollievo al risuonare della theme song del campione Universale parlano da soli, riflettendo le sue emozioni, la sua felicità nel sapere che anche questa settimana potrà portare la pagnotta a casa e non avrà problemi nel mentenere la propria famiglia, l’unica cosa che più di tutte importa a una persona qualunque, come lo è lui, come lo sei tu lettore, come lo sono io autore.
Poco importa se alla fine della fiera, Paul Heyman sia stato quasi calpestato per tutta una serata, perché l’importante è essere comunque riusciti a lavorare un’altra sera, mantenendo il proprio impiego.

Il dramma di un uomo del genere si scrive da solo. Paul Heyman è solo un attore, un personaggio in una recita che continua da anni e anni, eppure è uno dei pochi là dentro che si dimostra trasparente, facendo quasi apparire i suoi, perdonatemi il gioco di parole, apparenti mali, apparenti per il semplice motivo che, in effetti, non esistono davvero, ma che sarebbe curioso, una volta, immaginare che ci siano, quasi a ricalcare la dimensione in cui si ritrova “Una delle più grandi menti del Pro Wrestling”, l’uomo dietro l’indimenticata ECW, uno dei commentatori migliori in assoluto e uno dei manager più celebrati di sempre.

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