I Cunt Speak #8

Oggi la troia non si è potuta presentare ed ha deciso, per questo, di lasciare il comando di questo dannato articolo a me.

Come se non avessi niente di meglio da fare, Giesù Cristo in bici.. ma lasciamo perdere.

Sono Emile, quello sboccato con la camicia e la cravatta (sì, è porpora, qualcuno ha da dire qualcosa sulla mia presunta omosessualità? No? Meglio, perché mi piace la bernarda), lo stronzo giovane dell’Italian Fight Club.

E di cosa parliamo oggi? Ma a voi, vorrei sapere, che cazzo ve ne frega? Ok, dai, proprio perché sono tutto sommato magnanimo un argomento lo tratterò.

Valorizzazione. Che merda vuol dire valorizzare? Certamente qui in Italia non tutti hanno bene in testa il significato di questo verbo, che io però oserei ridefinire “credenza”.

No, non quella in cui mettete piatti, bicchieri e posate, chiome falliche del cazzo che non siete altro. E’ un credo sul serio, qualcosa su cui questa disciplina si basa. Che poi, a non saperlo fare, si finisce ad avere le stesse persone nel Main Event per un qualcosa come quindic’anni, avete presente? Ma non solo in Italia questo eh, oh no, è un po’ ovunque ‘sta merda.

Però insomma, nello Stivale si tende molto spesso a fraintendere.

Prendiamo uno stronzo a caso, che so, facciamo di un esempio singolo una categoria: mettiamo che c’è questo lottatore parecchio bravo, che si è costruito un personaggio credibile nel corso degli anni, ma che disgraziatamente viene VALORIZZATO (lo scrivo in maiuscolo nel caso le vostre teste di merda non dovessero captar bene questo vocabolo) solamente all’estero.

E perché cazzo non ci resti, allora? Beh, se i soldi glieli date voi, prego, che le vostre parole siano come il verbo di dio. Ma oh, a quanto pare non avete voglia di sganciare quindici euro per venire a vedere uno show di wrestling italiano, figurarsi mantenere una povera anima a migliaia di chilometri di distanza.

E ripeto, Giesù Cristo in bici, qualora non l’aveste capito, fate proprio schifo alla merda.

Andiamo ora sul pesante, analizziamo un’ulteriore categoria: quel wrestler che sì, è bravo, si è fatto una base tecnica invidiabile, ha il fisico per sfondare e la faccia da schiaffi adatta per sfasciare le ovaie delle signorine presenti nel pubblico, oltre ad essere perfettamente capace di farsi fischiare o tifare all’occorrenza dai pargoli occasionali in prima fila.

Fottuti bambini. Io odio i bambini.

Ecco, è qui che tutta questa poltiglia merdosa viene a galla. Perché poi il testa di cazzo si vende ad una promotion giusto per stare dove sono quelli grossi. Manco fossero regulars e non fossero stati chiamati per far masturbare uno stuolo di pro wrestling nerds su cose che già hanno visto in televisione o sul proprio computer, tra un porno e l’altro.

Innovazione pari allo zero, lo stesso spettacolo da circo. Il biglietto lo paghi lo stesso prezzo tutte le volte e lo spettacolo, pure, è lo stesso.

Dannate promotion pseudo italiche. Ci sarà un motivo se si ridefiniscono “europee”. Fuck off.

E il punto di tutto questo? Semplice: fottiamocene del talento e portiamo in scena il clichè di quello bello che però ha le capacità interpretative di un over seller del cazzo e il background ultra limitato e per questo degno di uno stereotipato show per famiglie in cui gli estremi incocciano per mettere in scena la più banale stronzata mai vista in questo maledetto sport.

Ah, ma i protagonisti di tutto questo (non gratuito) sproloquio sono altri.

Finchè ci si ritrova ad esser membri di una ciurma fittizia dopo anni di sudati allenamenti e pipponi pubblicitari lunghi un chilometro su FacciaLibro va anche bene. Uno deve trovare la sua dimensione ideale, no?

Ma poi c’è l’estremo opposto, che è un po’ come se un bambino possedesse mille giocattoli e preferisse giocare con un iPhone per tutto il suo tempo.

E quindi, di nuovo, dove voglio arrivare?

Che di base la qualità è alta, non fosse a volte per le pessime scelte amministrative.

Solo che cioè, sempre di base avete anche rotto il cazzo e vogliamo vedere cose nuove, altre combinazioni, coerenza nel confezionamento di questo fantomatico e metaforico pacchetto.

Poi oh, alla fin fine, a me che cazzo mi frega? Ho scoperto che la migliore realtà cittadina di pro wrestling in questo cesso di città stava dalla parte opposta della Labronic Town. E qui mi trovo bene, forse anche troppo.

Torno in ufficio, sento il telefono che squilla. Probabilmente è la scimmia che mi chiede se stasera può avere del tempo libero per masturbarsi e non venire in sede.

Vuole menarsi il cazzo ma col cazzo che glielo lascio fare, cazzo.

Ci vediamo presto sui (bordi) ring italiani, inutili checche isteriche. Scaldatevi la voce per quando mi insulterete.

Ah, comunque sì, sono cresciuto. E il sogno lo sto seguendo.

Fuck off due volte.

 

Francesco Pozzi

Editorialista da tre anni, appassionato spudoratamente di questo sport da undici. Amante di qualsiasi tipo di stile di pro wrestling ci sia al mondo, con una predilizione per lo Strong, il British e l’Hardcore Style. Indyviduo, in fissa con alternative rock e metal, difficile trovare una stanza di casa mia che non abbia libri o fumetti. Nerd with an attitude.