I Cunt Speak #?

Eh sì.

L’I Cunt Speak 19 non c’è più. L’ho dovuto cancellare perché il sito ha rischiato una denuncia per diffamazione. Ora, le scuse ai membri del sito io già le ho fatte. Non le faccio al diretto interessato, non faccio nomi. Non insulterò mai più la sua persona, ma ripeto, chi di voi ha letto l’articolo si è fatto la propria idea ed è meglio che se la tenga per sé, se non vuole, a sua volta, essere denunciata. Sia mai, eh.

In fondo è un po’ così, il mondo dell’editoria è una merda, sia che sia no profit, sia che la gente faccia dagli articoli fior fior di bigliettoni, come dicono nei film americani più mediocri.

Perché chi siamo noi? Chi siamo noi fottuti coglioni che scriviamo sui siti di pro wrestling? Dei nerd. Ecco cosa siamo. Veniamo snobbati, veniamo trattati a pesci in faccia da persone che si scordano che senza di noi, avrebbero meno notorietà.

No, per l’amor del signore crocifisso, sia maledetto, non ho la benché minima intenzione di affibbiare dei meriti obbligati a chi si occupa di pro wrestling online, né in Italia né da nessun’altra parte.

Dico solo che ci impegniamo anche noi, che un articolo può significare molto. Però no, il più delle volte la gente si incazza per un parere scritto su un report scordandosi di contare meno dell’equità civile in Italia.

Pensate a ‘sto punto a cosa dovrebbe farmi Roman Reigns. Tipo che viene a casa mia, butta giù la porta (e ci mette poco perché non è blindata e il palazzo è vecchiotto) e mi urla in faccia in un inglese incomprensibile (e balbettando, magari, tanto se lo fa al microfono deve farlo per forza anche nella vita, il coglione) di cancellare tutti i miei articoli per diffamazione.

Lo so, anche qui non è un paragone che regge. Ma è proprio qui che sta il punto. Quell’impedito fa bene a fregarsene di me e di ciò che scrivo. Perché io non sono un cazzo di nessuno, lui c’ha i milioni. Manco ci si mette a leggere il mio lavoro. ‘ca puttana, probabilmente non ha neanche il tempo!

Ma evidentemente, la gente di tempo ne ha anche troppo. Ok, mi prendo le mie colpa e do a Cesare quel che è di Cesare: ho esagerato con le parole. Ho fatto nomi e cognomi, ho scritto ciò che la gente ovviamente pensa ma il più delle volte si tiene per sé, che è un po’ simbolo di infantilità ma a parer mio anche di.. no, rivoluzione non è la parola adatta, c’entra un cazzo.

Però è un atto di rabbia, un qualcosa che mi spinge a mettere nero su bianco quel che penso senza sfaccettature o sfumature varie. Poi è vero che il mondo non è solo bianco o nero, ma pure grigio. Tant’è, però. A me pare proprio che anche alcuni membri del movimento del pro wrestling italiano si siano scordati del terzo colore.

Ed è con queste parole che, dispiaciuto non di aver cancellato l’articolo quanto piuttosto di aver detto cose che magari avrei potuto sottolineare più genericamente, concludo l’I Cunt Speak 19. Che poi I Cunt Speak 19 non è, non si tratta di quello vero.

Ah, solo un’ultima cosa: il fatto che in Italia abbia fatto così tanto scalpore sul web un articolo diffamatorio piuttosto che un qualcosa riguardante, magari, un evento o qualsiasi altra cosa legata all’azione in ring effettiva, dovrebbe far capire a chi sale sul quadrato quanto siamo il buco del culo del mondo per quanto riguarda la disciplina presa come lavoro e scelta di vita.

E ve lo dico non per tirarmela, ma per dispiacermi insieme a voi.

La Troia, per oggi, ha detto tutto.

Andatevene tutti a fare in culo, che mi unisco a voi per una volta.

 

Francesco Pozzi

Editorialista da tre anni, appassionato spudoratamente di questo sport da undici. Amante di qualsiasi tipo di stile di pro wrestling ci sia al mondo, con una predilizione per lo Strong, il British e l'Hardcore Style. Indyviduo, in fissa con alternative rock e metal, difficile trovare una stanza di casa mia che non abbia libri o fumetti. Nerd with an attitude.