Torniamo indietro di qualche anno. Ero un ragazzino neanche dodicenne già in fissa col pro wrestling.Seguivo solo la WWE e la TNA, le uniche federazioni accessibili mediante la televisione, la prima su Sky Sport e la seconda su quel sempiterno capolavoro di canale conosciuto come GXT. Avevo le action figures, i DVD di Wrestling Megastars, alcuni Pay Per View usciti per la Silver Video e mi capitava, raramente, di beccare qualche match su YouTube (al tempo, la piattaforma gratuita di streaming oggi principalmente conosciuta per i video cancerogeni di critici e players offriva poco e nulla).


Oltre a tutto questo, ad accompagnarmi c’era – come ora – la seconda mia più grande passione: il cinema. Cresciuto con un fratello più grande, il quale già quando avevo 4 anni mi portò a vedere La Mummia – Il Ritorno agli ex studi di Tirrenia e con una videoteca casalinga che definire ampia sarebbe un eufemismo (senza contare quella sotto casa, poi chiusa nel 2006), l’accessibilità al medium cinematografico è sempre stata prominente e per me determinante dal punto di vista formativo, tanto d’aver scelto una facoltà universitaria che in parte se ne occupa.Immaginarsi quindi la mia reazione entusiasta quando, nel 2008 e tramite Tuttowrestling Magazine, venni a sapere dell’uscita di questo nuovo film; Darren Aronofsky era alla regia, a Mickey Rourke (per me già un idolo per via della sua interpretazione di Marv nell’adattamento cinematografico di Sin City) invece spettava il ruolo di protagonista. E chi era quest’ultimo? Un lottatore. Il titolo del film? Beh, l’avretegià capito: The Wrestler.

Per me era un sogno e a ripensarci, lo è tuttora. Il primo prodotto cinematografico serio sulla disciplina diretto da un regista non tra i migliori ma comunque in grado di regalare al pubblico ottimi film (Pi Greco – Il Teorema Del Delirio e Il Cigno Nero su tutti) e che concedesse un po’ di meritevole spazio al pro wrestling, senza per questo ricadere nella parodia come il (comunque sensato per il genere della commedia) Nacho Libre del 2006. Non ve lo ricordate? Manco io, però c’era Jack Black a fare il frate convertito in lottatore.
La pubblicità fu tanta, l’attesa pure. L’uscita fu programmata – come al solito in ritardo rispetto a parte del mondo, grazie distribuzione italiana – per marzo 2009 e i miei genitori, intontiti già all’epoca dai deliri di un ragazzino con una passione gigantesca ma incredibilmente pazienti (grazie babbo per aver aspettato 3 ore in macchina con la febbre mentre io e mamma eravamo al Mandela Forum di Firenze al Wrestlemania Revenge Tour 2007), mi portarono a vedere questo film.

Uscito dalla sala, le sensazioni furono contrastanti. Nella mia ignoranza tecnica di allora, mi sembrò comunque un ottimo film e riguardandolo adesso, rimango del mio parere. Ma credevo di guardare qualcosa di diverso, alla prima visione. Il pro wrestling niente più era che un pretesto per raccontare la storia del decadimento fisico di un uomo incapace di gestire la sua vita fuori dalle corde dopo anni di sacrifici e assenza dall’ambiente domestico, fattore determinante per l’odio che nel film la figlia prova per lui e con la quale il rapporto si chiude definitivamente in seguito all’ennesima serata balorda del padre dopo un primo momento di riappacificazione. Non è tuttavia della recensione tecnica della pellicola che voglio quest’oggi occuparmi, quanto più di un’analisi più specifica.

Il pro wrestling è sì un pretesto per raccontare una storia secondaria, ma è altrettanto vero come sia parte integrante della trama. Per tre volte vediamo Randy “The Ram” Robinson, alter ego di Mickey Rourke, vestire la calzamaglia e allacciarsi i boots per combattere.
Il primo match è contro Tommy Rotten e viene lottato nella WXW americana, federazione molto di nicchia la quale, nel 2001, ebbe però l’onore di ospitare addirittura gli APA e i Brothers Of Destruction per uno show di tributo al defunto Yokozuna. E’ molto breve, quel tipo di match al quale assistono per lo più ragazzini o comunque un pubblico occasionale ferrato solo sulle major più famose. The Ram è il babyface, Tommy Rotten l’heel che si lavora il pubblico e commette molte scorrettezze. Il secondo incontro vede invece Randy affrontare nientepopodimeno che Necro Butcher. La sfida si combatte sotto le regole dell’ultraviolent wrestling e viene combattuta durante l’evento più importante della Combat Zone Wrestling: il Cage Of Death. La sfida dura un quarto d’ora come i flashback alternati
alla medicazione post-match dei due ci mostrano e i performers sopracitati se le danno di santa ragione. Il terzo confronto, infine, è una rivincita di vent’anni prima: Robinson fronteggia nuovamente il suo mortale nemico, l’Ayatollah – per l’occasione interpretato dall’ex jobber e commentatore WWE Ernest “The Cat” Miller (lo so, non sapete chi sia ed è normalissimo, sappiate che fece una comparsata nella Royal Rumble 2004 entrando con in sottofondo Call My Mama, theme song poi riutilizzata da Brodus Clay durante il periodo Funkasaurus). E’ un chiaro rimando al famosissimo incontro del 23 gennaio 1984 nel quale Hulk Hogan detronizzò in una manciata di minuti Iron Sheik conquistando il suo primo titolo
assoluto WWF e determinando la creazione del fenomeno Hulkamania. Ah, la cosa divertente che non vi ho detto e sulla quale il senso di questo articolo si basa è la seguente: il match viene disputato in Ring Of Honor.
Entriamo dunque nel vivo dell’analisi odierna.

Il film è ambientato nel 2008. Se avete un minimo di competenza storica riguardo le indipendenti, saprete come la federazione dei Sinclair in quel periodo fosse ai massimi storici a livello di qualità. Grazie al booking di Gabe Sapolsky (fu quello, per altro, il suo ultimo anno come writer nella promotion) e alla qualità altissima del lottato dovuta alla fucina di talenti cui poteva avere accesso, non è un errore affermare che insieme a pochissimi altri esempi quel periodo per la ROH è tra i mgliori della storia della disciplina. Contrariamente ad ora, al tempo la Ring Of Honor puntava sulla costruzione a lungo termine, alla logica della scrittura creativa, al rendere sensato ogni possibile collegamento ed avvincente qualunque rivalità. Non c’erano nomi altisonanti i quali poi si rivelavano essere lì solo per vendere biglietti a qualche occasionale, in quanto la fanbase era davvero salda e collaudata.

Ed è forse questo il più grande errore della pellicola. Senza nulla togliere ad Aronofsky, il quale è stato in grado di presentare un film il più possibile fedele a quella che era una volta la vita dentro e fuori dagli spogliatoi, dubito sia attendibile aspettarsi che la ROH non chiedesse ai tempi un certificato medico per valutare le proprie responsabilità e quelle degli atleti coinvolti (Randy “The Ram”, dopo il match contro Necro Butcher, viene colpito da un grave infarto). Senza contare poi che proporre un match da effetto nostalgia sarebbe stato totalmente fuoriluogo.

Dunque quali sono le conclusioni da tessere dopo questa riflessione? Beh, in primis che il film resta comunque una bellissima opera sul degrado del corpo umano messo a dura prova nel corso degli anni ed ha dalla sua una magistrale interpretazione di Mickey Rourke coadiuvato da una bellissima e molto brava Marisa Tomei. Tuttavia, nonostante io creda sia sbagliatissimo affermare la dannosità di questo film, c’è da sottolineare che sarebbe stato corretto prestare più attenzione a questi elementi. Resta il plauso a Rourke per essersi voluto mettere in gioco imparando, non più giovane come una volta, l’arte del pro wrestling.

Ci vediamo la prossima settimana sempre sulle pagine di We The Wrestling.