KYO’S KORNER #12: Mi hanno sempre insegnato che il lavoro paga

“Mi hanno sempre insegnato che il lavoro paga, che se lavori prima o poi arrivano anche i risultati. Mi hanno sempre insegnato di stare lì, pronta a prendere e sfruttare qualsiasi errore.”

Così scriveva una giovane e brillante atleta contemporanea.

Molto tempo fa, una volta arrivato in una piccola palestrina di Milano, ho avuto l’occasione di capire cosa mi piacesse fare nella vita, oltre alle altre attività ludiche che probabilmente piacciono a tutti; ma vorrei esprimermi seramente questa volta, ne sono capace, altri soggetti scrivono senza competenza culturale né una conoscenza profonda della materia.

Adoro fare quello che faccio, probabilmente grazie alla sensazione di avere la possibilità di fare qualcosa di speciale; questo me lo spiegò il gigante croato Sasa Keel durante uno stage. È speciale non chi pratica, troppo ego, meraviglioso è il prodotto finale. In Italia ti senti spesso in trappola, senza un futuro di contropartita quando non hai la minima idea di cosa realmente sia il pro wrestling, senza la facilità e la accessibilità per tutti di cimentarsi in esso, senza reale cognizione di quello che serve per fare bene, e questa sensazione la noti per l’eccesso di protagonismo di alcuni o la totale assenza di spirito di sacrificio di altri. Molti pensano di valere ma in realtà sono il nulla, arrivano qui accecati dal disperato bisogno di mettersi in mostra, assolutamente non avvezzi a fare sacrifici, con poche esperienze formative in mano, però pronti ad accettare di far parte di un contesto poco serio, dove una sana passione si trasforma purtroppo in assenza di preparazione ed ostinazione nel proporsi per avere il proprio spazio di visibilità.

I casi eclatanti di soggetti che dedicano più tempo a giocare a creare insulse storielline, a comprarsi una bella maschera, oppure a scrivere deliri filosofici sui social network; tutti palliativi per cercare pubblicità, perché la via del miglioramento in ogni campo nella realtà è dura. Le mie parole di elogio, che ci saranno, sono per rispetto e valorizzazione dei meritevoli i quali hanno fatto realmente esperienze all’estero. Sono onorato di aver condiviso il backstage con alcuni di loro, alcuni tra i pochi che hanno trovato la loro strada.

Ovviamente lo sai che quando parlo di ammirazione per la loro costanza, stima per i loro risultati, non parlo di te, carissima incarnazione della pigrizia e della boria, ma neanche di quell’altro soggetto tisico e delirante in grado di confutare l’evidente ed esternalizzare pura fantascienza, ben lontano dal realismo sui social network; non si senta coinvolto chi casualmente è stato oltremanica, in giro per viaggi più turistici che formativi a fare figure barbine in match; rispetto, sì, chi ha scelto di allenarsi con alcune leggende, realmente e in maniera comprovabile, non chi si fa vanto di una serie di botch e di uno scarsissimo, se non assente, allenamento di base… appaga solo il tuo ego e non aiuta per niente la professionalità del movimento; la tua pessima condizione di base è evidente al mondo, ma forse sei l’unico che non se ne rende conto. Farsi vanto con l’ultimo dei trainee di aver affrontato in un tag team atleti che sono stati in una major defunta è comico, perché il video visionato dal sottoscritto è chiaro: dovresti seriamente prendere in esame la possibilità di non offendere più il quadrato, neanche quando lo reputi un giocattolo di tua proprietà ed il tuo amico pur di giocare non ti fa presente la reale situazione, Mr. Only Botch Match; poi essere salvato in corner da un ex atleta che attualmente beve Cuba a tradimento in compagnia di Vip e Marco Mazzoli non è l’ideale.

Non è una novità assoluta. Il nostro Paese ha sempre esportato in giro per il mondo i migliori talenti. L’illuminista toscano Filippo Mazzei raggiunse la Virginia e divenne grande amico dei primi presidenti degli Stati Uniti. Fu proprio Mazzei a suggerire a Thomas Jefferson di aggiungere “la ricerca della felicità” come diritto fondamentale nella Dichiarazione d’Indipendenza. Antonio Meucci, mentre a Cuba lavorava come tecnico di teatro, ebbe la geniale intuizione di creare un sistema per trasmettere la voce a distanza: l’antenato del telefono, il cui brevetto poco dopo gli venne rubato da Alexander Graham Bell (fu solo nel 2002, a 113 anni dalla morte, che il Congresso degli Stati Uniti riconobbe Meucci come unico inventore del telefono).

L’ ho scritto perché ogni tanto anch’io posso dimostrare di non essere un totale semianalfabeta, perché se ho un pezzo di carta non è puramente inventato… e perché chiunque può reperire informazioni su internet.

Quelli di cui volevo parlare, con tutto il rispetto che i può avere, sono i soggetti che approdano all’estero con un’ottima preparazione. Questo dato emerge inequivocabile, è un periodo di boom; tra i migliori fuggiti all’estero non c’è un cabarettista che scopiazza lu re, ma amazzoni ed eroi del west, oppure funambolici atleti completi in grado di confrontarsi con il migliore pro straniero, ragazzi che in Italia esordirono giovani con risultati agli inizi risicati, crescendo esponenzialmente nel tempo, grazie al segreto di Pulcinella: allenamento. Ma adesso riescono ad avere un loro spazio in Inghilterra o debuttare in Scozia, e i risultati del loro operato sono spesso buoni.

Tutti sono d’accordo su un punto: la formazione che hanno ricevuto è buona e non hanno nulla, nulla da invidiare ai loro colleghi, anzi… tutti avvertono una certa difficoltà iniziale, è troppo facile essere settimanalmente allenati da professionisti ed avere una preparazione accademica, mentre in Italia le risorse sono limitate, quando si arriva ad un buon livello è l’impegno ad essere illimitato.

Un altro aspetto che emerge in modo netto è questo: l’Italia non sa o non riesce a valorizzare i propri talenti. Per varie ragioni. La principale è la mancanza di meritocrazia nella scelta di impiegare il proprio denaro da parte dell’utente medio, è meglio calciare un pallone imbottito di bianca farina che spaccarsi la schiena sul mat per dare spettacolo. Nulla di nuovo sotto il sole, si tratta di un male atavico del Belpaese. Il brutto è averne evidenza quando ti interfacci con i migliori giovani prospetti non connazionali che, una volta arrivati dall’estero, ti raccontano nei backstage potentino di trovare nelle loro realtà di origine tutt’altra musica (in un sistema dove il merito – e prevalentemente solo quello – premia le persone), inoltre lascia capire quanta strada debba ancora fare il nostro paese prima di potersi dire “arrivato”. Meritocrazia non vuol dire fare solo dei bei discorsi con cui gonfiare il petto promettendo il cambiamento. Contano i fatti. E i numeri.

Abbiamo sotto il naso la premiata fatica di diversi atleti che hanno lottato o lottano all’estero e che vi hanno fatto una significativa esperienza: in Francia, Germania, Spagna, Giappone, Scozia, Regno Unito, Svizzera, Stati Uniti ed altri paesi che ho purtroppo dimenticato. Sono atleti impegnati sul campo, i quali grazie alle ore di fatica e dedizione meritano lo sbocco in ambiti professionali di vario tipo in questo bellissimo sport intrattenimento. Esperienze stimolanti che tutti riportano poi magnificamente nel nostro paese, in eventi-risultati che nessuno del pubblico si è pentito di aver visto.

Questo ci fa pensare che a volte non trovare economicità o sfide appaganti negli spazi del nostro paese ci induce a tirare fuori il meglio di noi, pur di conquistare le soddisfazioni che si meritano. Non è un atteggiamento autoconsolatorio, cerco solo di fotografare la realtà.

Forse il vero motivo per cui in non vi è una migrazione di massa, nonostante il fatto che molti abbiano un atteggiamento di professionalità, è la pura di fare la “fame”, ed è concreto ammetterlo. Si hanno legami che sono una piena affermazione di sé dove abbiamo messo le radici, perché sarebbe naturale, se motivati solo dalla valorizzazione sportiva e professionale, guardare altrove. E se una volta fin troppi di nostri connazionali si spacciavano guru e fingevano di emigrare all’estero, trovandoli reperibili all’Esselunga o sul Canal Grande, a differenza di silenti atleti e traduttori di manga i quali, pur non avendo i social network né smanie di protagonismo, passavano le estati a prendere bump e fare squat in una piccola regione del Giappone. I primi i ciarlatani si facevano vanto della menzogna, della totale assenza di prove concrete, per poi poter raccontare epiche e surreali storie alla Isaac Asimov per stare meglio collocati in qualche card nostrana, magari per non fare i “work” più umili in giro per la penisola. Oggi esportiamo “talenti”, persone ben preparate e valide, in grado di fornire un valore aggiunto importante alle realtà straniere che li collocano nei loro eventi. Persone il cui merito viene riconosciuto e valorizzato.

Se potessimo avere in un futuro, di sicuro in privato gliele chiederò con la massima trasparenza, le riflessioni sull’Italia dei talenti esportati all’estero riscontreremmo vissuti molto interessanti. Ci aiuterebbero a capire le difficoltà del nostro Paese, le strettoie, il grosso limite di disponibilità che comprimono all’inverosimile le nostre potenzialità. Lacci e lacciuoli, arretratezze culturali e organizzative, mancanza di organizzazione, gravi carenze manageriali. Sono questi i problemi del nostro movimento in Italia.

È tutto il movimento di pro wrestling nel nostro Paese che soffre e arranca. L’input per il cambiamento deve partire dall’alto, pensano alcuni, io sono convinto che, come disse un simpatico ragazzone italo-scozzese, va sensibilizzata la gente a seguire il nostro amato sport spettacolo. Questo di sicuro permetterà di avere le disponibilità adeguate non solo per valorizzare i nostri talenti all’estero, ma anche per far crescere il movimento al nostro interno. Bisogna partecipare attivamente per avere la facoltà di plasmare, con le nostre mani, un futuro migliore.

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