NINO BALDAN RACCONTA #1: La mia idea di wrestling italiano

“In un Paese come il nostro che vive di spettacolo, di faide, di sensazionalismo. In una società cresciuta con una mentalità da Commedia dell’Arte, con le sue maschere, i suoi personaggi. In un popolo dove le risse di strada sono fatte di minacce, gestualità, teatralità, e spesso si concludono con una spintarella. Dove si presta più attenzione al dopopartita che alla partita stessa. Dove vince le elezioni chi ha più carisma, e non chi è più preparato.
L’Italia è senza dubbio il terreno più fertile dove piantare il seme del wrestling, ma forse nessuno se n’è ancora accorto.”

È forse questo il passaggio del mio libro “Io e il wrestling italiano” che più di tutti è rimasto impresso nella testa dei lettori, e che in poche righe riassume il mio approccio verso la disciplina. Approccio originale, controverso, ma che da almeno quindici anni è alla base della mia visione dello sport-entertainment, che vede il wrestling come mezzo per raccontare una storia, e non come suo fine ultimo.


Innanzitutto che cos’è il wrestling? Non c’è parola più adatta per riassumerlo che “spettacolo”, e come ogni forma di intrattenimento, nel corso dei decenni ha subito la sua evoluzione, seguendo di pari passo i gusti del pubblico e la società nel quale si svolgeva.
A cavallo tra l’ottocento e il novecento era uno spettacolo da fiera, dove ad affrontarsi erano forzuti locali, ognuno accompagnato da aneddoti di mirabolanti imprese fisiche, sufficienti per stuzzicare la curiosità della rurale e poco istruita platea dell’epoca.
Successivamente, di fronte ad una progressiva urbanizzazione della società, la disciplina venne incastonata in un contesto pseudo-sportivo, fatto di palazzetti, tornei e regole, aggiungendo alla lotta quel “qualcosa in più” che il pubblico avrebbe sempre sognato di poter vedere: atleti dichiaratamente scorretti, stranieri stereotipati, enfatizzazione delle rivalità stracittadine. Il tutto declinato secondo le peculiarità culturali del paese ospitante: dalle norme, ammonizioni e conteggi che caratterizzavano il wrestling degli inglesi cresciuti a suon di football e cricket all’esaltazione dell’eroismo dei nativi del Sol Levante; dai combattimenti tra supereroi messicani alla bigotta propaganda degli Stati Uniti, che giocando sulle paure degli spettatori, presentavano atleti neri, russi e iraniani dipinti come antagonisti dell'”americano medio”, verso il quale il pubblico tendeva ad identificarsi.

Arrivarono poi gli anni 80, il “decennio di plastica” che introdusse nella società MTV, i videoclip e gli idoli musicali, imponendo una cultura di massa che prima era completamente assente; fu allora che il wrestling subì un radicale cambiamento di rotta, spinto dalla mente geniale di Vince McMahon che lo allontanò dalla dimensione pseudo-agonistica per dar vita ad un palcoscenico esagerato e più adatto al mezzo televisivo, sul quale si alternavano personaggi da cartoon, caratterizzati all’inverosimile proprio per non passare inosservati, riuscendo in qualche modo a ritagliarsi uno spazio nel cuore dello spettatore a fianco di attori, cantanti e supereroi dei fumetti.

La visione della disciplina cambiò nuovamente a metà anni ’90, spinta dalle nuove mode “politicamente scorrette” che andavano diffondendosi sui principali media occidentali: gli incontri si fecero più duri, e le storie cominciarono a toccare sesso, violenza e razzismo, ma soprattutto ad entrare in contatto con la vita reale, di fronte ad un pubblico che cresceva sempre più smaliziato, la cui intelligenza rischiava di sentirsi insultata ogni lunedì sera di fronte al clown e all’energumeno che si atteggiava da eroe dei bambini. Con la Monday Night War il wrestling diventò telefilm, andando a braccetto con i desideri del pubblico televisivo.

Perché questa introduzione? Per ricordare il legame indissolubile tra wrestling, spettacolo e contesto storico-geografico nel quale esso si svolge: gli show devono giocare sui desideri del pubblico, mischiando elementi di attualità con le fantasie segrete di chi osserva, spingendolo così verso l’esaltazione.
Era così già dalla fine dell’800, quando si faceva la fila per vedere il gigante delle montagne contro quello che uccideva gli orsi a mani nude, ed era proprio quello che la gente voleva vedere.

Appare autolesionista metter su oggi, nel 2015, degli spettacoli basati esclusivamente sul gesto tecnico, su proiezioni e chiavi articolari, incontri che sicuramente incontreranno il plauso degli appassionati, ma che non porteranno mai lo sport-entertainment oltre la dimensione della palestra semivuota, degli amici e parenti che riprendono con la telecamera, e per un semplice motivo: si sta mancando il bersaglio, non si sta facendo “wrestling”. Forse si sta mettendo in atto una rievocazione storica, come l’opera lirica, che un tempo spopolava in quanto puro concentrato di tutto il meglio concepito dal genio umano, ma che in tempi recenti è stata soppiantata da altre, più nuove, forme di intrattenimento.

Mettetevi nei panni di un italiano medio, che trascorre la propria esistenza tra domeniche allo stadio e dibattiti calcistici, intervallati da reality show, serate in discoteca e tante chiacchiere su come sarebbe meglio se i politici non rubassero, immaginate come possa reagire davanti ad una lunga sequenza di proiezioni e leve articolari: dopo aver passivamente assistito ad paio di incontri, tornerà nuovamente ai suoi pensieri, ai suoi desideri quotidiani. Concentriamoci invece su cosa sia in grado, al giorno d’oggi, di emozionarlo: si aprirà un mondo, molto più variopinto ed eterogeneo rispetto a qualunque altro luogo della terra.
Fare wrestling in Italia non significa altro che canalizzare tutte le pulsioni nazionali, dando vita ad un prodotto creato a immagine e somiglianza del suo pubblico: nel nostro caso avremmo immigrati cattivi ma anche stranieri “redenti”, storie di mafia, corruzione, scandali sessuali, estremizzazione dei caratteri regionali e un occhio sempre rivolto alla bella vita, quella incentrata sul modello-tronista (spesso esasperata nel modello-Corona) verso il quale lo spettatore tende e tenderà sempre ad aspirare.

Avete fatto caso a quante “gimmick” orbitino intorno alla nostra quotidiana vita televisiva e internettiana? Da Andrea Diprè a Vittorio Sgarbi, passando per Vladimir Luxuria, Alessandra Mussolini, Richard Benson: siamo il popolo della Commedia dell’Arte, che in ogni epoca cercherà sempre di creare le proprie “maschere”.

In una società dove ha più importanza il dopopartita che la partita stessa, i match devono essere brevi, controversi, capaci di dar vita ad infinite discussioni, dove a far da padroni saranno dei simil-opinionisti, capaci oltre che di lottare, di aizzare gli animi con le proprie movenze, i loro tormentoni, le loro frasi fatte.

È questa la strada che ho sempre inseguito, motivata prima da una mia irrefrenabile ricerca personale, e successivamente da studi universitari mirati, che mi hanno portato, ormai 10 anni fa, a coronare il mio percorso di studi con con una tesi intitolata “Il wrestling come evento performativo”. Chi ha letto il mio libro già saprà con quale disillusione e distacco io l’abbia presentata, questo perché già immaginavo che, a parte il punteggio ottenuto e i complimenti della commissione, non mi avrebbe mai portato da nessuna parte.

Certo, in questi ultimi anni il movimento italiano è cresciuto, sia tecnicamente che dal punto di vista organizzativo, ma è innegabile come esso fatichi fin troppo a staccarsi dalla sua dimensione locale, a diventare virale, a raggiungere i palcoscenici che merita.
C’è stato il periodo del boom, innescato non da meriti nazionali ma dalla moda di “Smekdaun” che imperversava per lo Stivale; ora tutto sembra essere tornato ai livelli di qualche anno prima, ed è triste vedere degli ottimi wrestler fare il giro del ring acclamati solo da mamma, papà e una decina di trainee giunti più per opportunismo che per altro.

Alcuni l’hanno dichiarato: “facciamo quello che ci piace”: legittimo, ma poi non meravigliamoci se il wrestling italiano gode della stessa popolarità del tiro alla fune o del gioco delle bocce. Proprio quando la ricetta ce l’abbiamo sottomano…è questo che ha sempre creato in me insofferenza e rassegnazione.

La mia tesi di laurea è qui, sulla mia scrivania, con la sua copertina in cartoncino, e ogni volta che il mio sguardo cade su di essa, sono sempre più tentato a pubblicarla. Ammesso che riesca a ritrovare il file originale, che ormai da anni giace nei meandri di qualche vecchio hard disk; l’idea di ribatterla a computer leggendone il cartaceo non mi entusiasma particolarmente. E non perché voglia in qualche modo dimostrare di aver ragione, ma in quanto ritengo che i tempi siano ormai maturi per iniziare tutti insieme una seria riflessione di cosa il movimento italiano intenda per “fare wrestling”.

Nino Baldan