Me ne hanno dette di tutti i colori. “I tuoi articoli non sono nulla di che”, “Scrivi meno parolacce e più frasi di senso compiuto”, “Fatti un bagno di umiltà”, “Fai meno il personaggione”. Eppure i mio obiettivi – oltre che provocare – sono sempre stati riportare fatti ed opinioni personali con passione costante e studio continuo della disciplina in ogni sua sfumatura. Perché se prendi più gusti di gelato, le dosi devono esser giuste sennò un sapore ne copre un altro. E per godere della bontà d’ogni crema, devi trattenerle tutte singolarmente e poi fonderle insieme per avere quello che il topino Remi di Ratatouille definiva “Un’esplosione di sapori”. Lasciamo tuttavia da parte le metafore e i ricami inutili. Sono qui oggi (anzi, da oggi) per ridare qualcosa a questo sito, luogo di ritrovo di tanti fan pronti sempre a regalare news e rubriche interessanti e ad accogliermi ogni volta con grande piacere. Ringrazio il nostro caro boss per avermi concesso nuovamente uno spazio su cui sparare le mie cartucce e parlare di ciò che più amo al mondo: il pro wrestling. Inizierei oggi con tre semplici lettere: AEW. All Elite Wrestling. Eh, son sulla bocca di tutti, in fondo. Questa federazione ha fatto parlare di sé non solo per la novità da essa portata, ovvero portare sul piatto della bilancia un peso tale da sbilanciare il prepotente dominio della WWE, ma addirittura superando gli ascolti di quest’ultima per tre settimane di fila. A me, però, dei gusti degli altri frega relativamente, come avrete sempre carpito dai miei pezzi, quindi passo oltre. La questione che mi preme analizzare più di tutte è una domanda postasi dagli appassionati: tolto il game changing factor (o presunto tale) portato nel panorama dalla promotion, si parla di indy o di major? La risposta potrebbe essere lì a due passi ed in effetti lo è. Come si può definire indipendente una federazione che offre contratti ai propri performers, beneficia dell’aiuto economico di un ricchissimo fiduciario e fa show in arene enormi con una production value la quale, per quanto a volte non esente da errori tecnici, farebbe rabbrividire qualsiasi lega da spettacoli in palestre o piccoli palazzetti? L’articolo potrebbe finire qui eppure… beh, andiamo per ordine. In un’intervista di qualche anno fa Sami Callihan, fresco di rilascio dalla WWE, sottolineò come per lui il termine “indy” associato al pro wrestling era un qualcosa da eliminare. Esiste la disciplina, punto. Tuttavia, negli ultimissimi anni e particolarmente in questo 2019, workers come David Starr e chiunque altro l’abbia seguito si sono fregiati dell’appellativo di “INDEPENDENT”, non esentando scritte cubitali su magliette per altro molto catchy dal punto di vista visivo. Ma dove si trova il confine tra scelta personale a livello di impegni contrattuali e il tipo di prodotto offerto? Nel primo caso c’è poco di cui discutere, un pro wrestler decide se essere freelancer o signed talent, compie la scelta di andare dove vuole riuscendo anche a campare della pura disciplina se le capacità non gli mancano oppure di porre la sua firma sopra un pezzo di carta con su scritto il nome della lega per cui combatterà esclusivamente. Nel secondo, però, credo ci sia da fare un discorso più complesso. Dal canto mio, credo che per comprendere il sorgere del termine “indipendente” legato al mondo del pro wrestling basti fare un piccolo salto indietro nel passato. Siamo nei primi anni del 2000, la WWE regna sovrana nonostante la nascita della TNA. Nelle indies del tempo la qualità è innegabile. Tolto l’impiastro chiamato IWA Mid South, nella quale si esibiscono per lo più backyarders travestiti da deathmatchers, il livello è generalmente molto alto (e se non mi credete, recuperatevi qualche incontro della prima Ring Of Honor e – perché no – di quella Combat Zone Wrestling tanto piena di idraulici in jeans e scarponi eppure così entusiasmante da vedere se sul quadrato salivano B Boy, Super Dragon, Trent Acid, Nick Mondo e altri). Basta tuttavia ascoltare la shoot interview di Kevin Steen del 2014 per sentire come per entrare a Stamford non bastasse farsi notare nelle “leghe minori”. Lo stesso ex Mr. Wrestling dichiarò di esser stato allontanato dalla IWS di Jacques Rougeau (a tal proposito, complimenti coglione) per aver rifiutato un tryout ed essere voluto rimanere a combattere nelle indipendenti nonostante il suo più grande sogno fosse quello di esibirsi in World Wrestling (Sport) Enterteinment. Vi suona strano, vero? Beh, cosa avreste fatto se aveste saputo che il tryout sarebbe consistito in uno squash contro Rosey ed Hurricane il quale avrebbe poi portato – come prevedibile – ad un maledettissimo nulla di fatto? Poi, nel 2005, arriva qualcosa. Un primo barlume di cambiamento. Ci troviamo in Ring Of Honor e la Summer Of Punk è in pieno corso. Il Second City Saint combatte, completata la storyline, il suo match di ritiro contro Colt Cabana. Entra ed esce in lacrime. Non è come Samoa Joe in TNA, il quale continuava ad esibirsi in ROH e PWG, per citare due sigle famose. E’ un vero addio. Prima va in OVW da Paul Heyman, dopodiché si trasferisce in ECW e – da dopo la brutta copia della mia federazione preferita (fottiti Vince McMahon) – il resto come si suol dire è storia. Nel frattempo a Stamford sono approdati Bryan Danielson, Claudio Castagnoli, Chris Hero ed alcuni altri. C’è chi rimane e chi se ne va, ma l’esodo non è, per quanto non massivo come adesso, trascurabile. Ci sono tre lettere che sintetizzano perfettamente il motivo di questo approdo di massa, almeno dall’arrivo dell’American Dragon: NXT. Fermo restando che le cose sono dunque cambiate e abbiamo introdotto l’altra faccia della medaglia in questa guerra di audience, torniamo al presente: quando dicevo che la All Elite Wrestling è riuscita a battere (per non dire surclassare) gli ascolti della World Wrestling Enterteinment, parlavo proprio della trasmissione in contemporanea del roster giallo e di Dynamite, lo show settimanale della AEW. Togliamo dunque di mezzo la parola “INDEPENDENT” e concentriamoci sul termine “INDY”. Mentre Triple H, curatore di NXT ed artefice di un progetto mai veramente apprezzato e condiviso in toto da Vinnie Mac, colleziona “figurine” con lo scopo – almeno a parer mio – di regalare una rivoluzione portando poi effettivamente sul piatto solo un barlume, per quanto divertente, di ciò che si vedeva fuori da Stamford, la AEW è stata più furba. Un nuovo programma, un nuovo format, più libertà agli atleti, la possibilità per loro di esprimersi al meglio sul ring (basti pensare ai minutaggi lunghi dati per rispetto dei performer a Fight For The Fallen) e al microfono (i promo, come si sarà capito, sono totalmente gestiti dai workers). E vorrei soprattutto soffermarmi sugli ultimi due punti: più libertà significa un po’ ricollegarsi a quanto visto nelle indipendenti. Dopotutto, se non devi sottostare alle norme di un contratto, al massimo devi seguire uno script e una storyline in corso. Significa rispettare alcune semplici regole, non venire monitorati secondo un rigido schema predeterminato. Se vogliamo vederla così e sottolineare come, negli ultimi anni, il boom delle federazioni extra Stamford abbia decisamente surclassato la qualità degli incontri visti in WWE, la All Elite un po’ indy lo è. Al tempo stesso però, mentre guardavo interessato Double Or Nothing (ci tengo a puntualizzare la parola “interessato” in quanto nel settembre 2018, quando venne mandato in onda All In, non fui per nulla entusiasmato), provavo una sensazione di deja vu. Ho iniziato a seguire il pro wrestling nel 2004 e nel 2006 nella mia innocente – ma non troppo – ignoranza di bambino cominciavo un po’ a carpire quel che mi veniva mostrato e, guardando solo la WWE, notavo azioni pulite, solidità nel lottato e capacità di stare davanti allo schermo. Avendo cominciato a guardare continuativamente le indipendenti nel 2013, iniziai a focalizzarmi più sull’analisi del lottato puro e, tre anni dopo, sono tornato a studiare ed apprezzare con maggior attenzione l’operato delle major (WWE, WCW ed affini) riguardando vecchi DVD e compilation varie, aggiungendo al giudizio delle immagini ciò che avevo imparato dalle indipendenti e studiando ulteriori componenti importanti, realismo dell’interpretrazione e storia raccontata attraverso il match in primis. Ho dunque, dopo anni, acquisito una certa capacità – modestamente parlando – di giudicare le cose secondo un mio personale punto di vista. Una fusione tra due prodotti differenti, insomma. E ciò che mi sento di dire sulla All Elite in base a questo è una pura e semplice dichiarazione: stiamo vivendo un immenso show di qualità comparabile a quella indipendente con i mezzi di una major. Né più, né meno. E’ un fatto oggettivo: tutti coloro vicini alle indies di una volta sognavano un giorno di vedere quegli atleti artefici del divertimento di un’intera generazione ma non asserviti alle norme contrattuali di Stamford esibirsi davanti ad un pubblico pagante molto numeroso e in location degne di qualsiasi live event WWE. Direi dunque di aver tratto le giuste conclusioni, perlomeno parlando dal mio punto di vista personale. Vorrei, tuttavia, finire con una piccola precisazione: l’unica rivoluzione portata dalla All Elite Wrestling è riportare sul mercato della vera concorrenza, una major che possa essere vista in alternativa alla federazione più grande del mondo e contro la quale potrebbe benissimo fare a botte nella guerra degli ascolti ed uscirne vincitrice. Credete a me quando vi dico ciò: la qualità da Cody e soci non manca, sarei un bugiardo ad affermare il contrario seguendo per altro con interesse le sue vicende. Ma i veri game changers sono altri. Di loro, però, parleremo in un altro articolo. Chissà, forse già nella prossima Jeez Fucknette Experience. Restate sintonizzati perché sono tornato e mi trovo qui per restare e scrivere della cosa che più amo sulla faccia della terra.