La scorsa settimana ho voluto iniziare la mia nuova esperienza come editorialista su We The Wrestling chiarendo una questione secondo un mio personale punto di vista. Questa volta, invece, vorrei mettere sul piatto una verità non da tutti concepita, un fatto il quale – incredibile ma vero – è così ovvio eppure non così scontato. Come mai dico così? Beh, perché come osservava Atsushi Onita nella quarta puntata di The Wrestlers, serie di mini-documentari realizzati da Viceland, ciò che è bello stranamente non rimane, mentre qualsiasi cosa ti faccia gridare sorpreso o scioccato si imprime indelebilmente nella tua testa.Credo sia arrivato il momento di parlare di Game Changer Wrestling.

La Game Charger Wrestling

La federazione come la conosciamo nasce nel settembre del 2015, dalle ceneri della JCW (quella del New Jersey, non quella dei clown) e tramite un torneo: il Nick Gage Invitational. Ebbene sì, il re è tornato e quale modo migliore per tributarlo se non organizzando una kermesse ultraviolenta ad eliminazione in suo onore? Ve lo dico io: metterla in piedi lo stesso nonostante la sua assenza dovuta a dei problemi legali. Ah, non lo sapete? E’ finito in prigione per rapina a mano armata dal 2010 al 2015 e fino a metà 2018 ci son stati dei problemini con la libertà vigilata o che so io. Ma forse è stata proprio questa la grandezza della GCW fin dall’inizio: non farsi scalfire, andare avanti per la propria strada a testa alta. E il primo torneo della sua storia ce lo si ricorda ancora oggi, perché è fantastico.

Salto in avanti. Il primo Zandig’s Tournament Of Survival. Nel giugno 2016 vede la luce questo strambo torneo non esente da varie vicissitudini e cambi all’ultimo momento. Per essere più precisi: di quattro vincitori del primo turno, solo tre combattono le semifinali perché uno si fa del male serio. Non vi basta? In finale ci arriva solo un vincitore del turno precedente perché uno dei sostituti stessi vola da un tetto rompendosi la schiena in qualcosa come tre punti, facendo quasi perdere un dito (ed è andata bene, datemi retta) a chi si porta dietro cadendo attraverso una stramba piattaforma di pannelli di vetro, lampade al neon e filo spinato. Se già non l’aveste capito da soli, l’esecutore di quella manovra era Zandig. A subirla fu Joey Janela. Il torneo di per sé non fu niente di assurdo, ma Dio… quello spot mette la federazione sulla mappa, attirando sia l’attenzione degli esterni sia le ire di certi… beh, diciamo esperti di storia del pro wrestling ridotti a vecchi scorreggioni ma comunque sempre meglio di chi viene dalla generazione X degli anni ’90 e vuole lo stesso tenere un podcast (di merda).

Andiamo ancora avanti: Wrestlemania Weekend 2017. Tutte le maggiori federazioni indipendenti americane ed europee piazzano il loro show al Fern Park di Orlando. Tra questi ce n’è uno che magari non spicca subito per qualità, quanto più per l’unicità dello stile e del prodotto offerto. Voglio dire, non è una cosa così scontata proporre come incontri principali Joey Janela vs Marty Jannetty e Dan Severn vs Matt Riddle, giusto?Eppure il primo Joey Janela’s Spring Break è questo: la prima dimostrazione di quanto alla Game Changer Wrestling freghi una mazza del parere altrui e tanto invece di accontentare la sua… beh, diciamo strana fan base.

E’ qui che arriva la prima domanda: quale individuo sano di mente vorrebbe vedere nel 2017 uno show il cui Main Event vede sì una delle più brillanti stelle del pro wrestling indipendente attuale, ma anche un ex MMA Fighter più bollito della gallina che fa la mamma anglo-italiana del mio migliore amico? E io che c***o ne so. Sono tuttavia cosciente d’una cosa: il prodotto è così variegato che sia chi è, competitivamente parlando, gerontofilo sia chi ha bisogno di roba fresca tornano a casa soddisfatti. Quando non puoi puntare sulla qualità assoluta vai di varietà e shock come ho riportato all’inizio, giusto? In ogni caso, dal primo Spring Break la qualità inizia a salire davvero.

La seconda metà del 2017 è tutta, o quasi, incentrata su un feud che definire violento sarebbe un po’ come definire Berlusconi un politico finito (in una parola superfluo): il campione assoluto della federazione Matt Tremont contro l’affamatissimo sfidante Nick Gage. I due vincono rispettivamente prima il secondo Tournament Of Survival e il seguito del Nick Gage Invitational (uno dei migliori tornei deathmatch di sempre se non il primo in classifica, ndr) e cazzuti ed arrapati di vittoria e ultraviolenza se la giocano a dicembre nella bella a Ready To Die con la cinta in palio. Cinquanta minuti di match. Dopo mezz’ora e più al termine della quale c’è chi vuole interrompere la contesa per eccessiva quantità di sangue versato, Gage si oppone poco democraticamente e urla “BARBED WIRE!”. Le corde vengono sostituite dal filo spinato, Tremont si rialza e i due lottano anche con l’ultimo barlume d’energia rimasto loro in corpo. Il nome dell’evento del quale loro stessi sono headliners è appropriato come non mai, sono davvero pronti a morire per quella cintura. Ed è Nick Gage ad uscirne vittorioso. Fun fact? E’ campione ancora adesso, pur senza alloro. Ma ci arriveremo poco più avanti.

Il 2018 è un anno di alti e bassi. Ci sono eventi della madonna così come show un po’ più mosci. Due però saltano subito alla mente, per quanto mi riguarda (e senza nominare il meraviglioso The Untouchables a Chicago): Matt Riddle’s Bloodsport e il secondo Spring Break. Nel primo caso, ci troviamo davanti ad uno show diciamo pure innovativo (almeno negli Stati Uniti) nel quale le corde vengono rimosse dal ring e la vittoria può avvenire solo tramite sottomissione o K.O. del proprio avversario; il seguito del primo evento patrocinato dal nome del nostro Bad Boy preferito, invece, mette in luce forse la più grande qualità della Game Changer Wrestling: lanciare nomi nuovi, ma soprattutto in questo caso RI-lanciare sulla piazza atleti che si pensavano finiti. Per chi vivesse sotto una roccia, secondo voi la Ring Of (Dis)Honor come mai ha messo gli occhi su PCO? Qualche talent scuot dall’olfatto fino oppure quel cristo di capolavoro tra lo stesso Pierre Carl Oullette e WALTER allo Spring Break 2 dal quale il primo è uscito vittorioso non senza farsi aprire il petto letteralmente il petto a suon di Chops? L’anno si conclude anche con il lancio di due talenti che adesso si esibiscono su TNT per la All Elite Wrestling: a Lost In NY arriva dal pubblico un piccoletto che offende la madre di Kyle The Beast dandogli filo da torcere nel match conseguente, a LA Confidential invece il figlio di una celebrità di Hollywood parte da zero affrontando Tony Deppen e regalando a tutti lo showstealer della serata. I due sono rispettivamente Marko Stunt e Jungle Boy.

Just sayin’.

Dopo il bellissimo The Dinasty, show conclusivo del 2018 che vede nel Main Event PCO affrontare Masato Tanaka col titolo Extreme (scomparso da allora) in palio, comincia un altro anno per la Game Changer Wrestling. E il 2019 non fa quasi in tempo a cominciare che la federazione ci regala probabilmente il miglior evento indipendente degli ultimi anni. They Said It Couldn’t Be Done… well, they did it. Non solo riportano Jun Kasai a combattere negli Stati Uniti dopo il fiasco di quell’idiota di DJ Hyde al Tournament Of Death 2014, ma il fondatore della FREEDOMS rimane così colpito dalla qualità del prodotto offerto da invitarli in Giappone. E così, dopo anni, una federazione di death match americana riesce a rimetter piede sul suolo nipponico. Tolta la quantità impressionante di incontri incredibili offerti dalla GCW nel corso di quest’anno ormai agli sgoccioli e il grande successo di The Collective (festival al quale hanno presenziato il 90 % delle federazioni indipendenti americane un minimo degne di nota TUNOBLACKCRAFT) mi sento in dovere di sottolineare che il risultato più grande è stato organizzare due eventi uno più bello dell’altro nella Terra del Sol Levante, dove il pro wrestling più estremo del pianeta è a livelli incredibili. E se neanche Isami Kodaka ha ciabattato qualcosa vorrà dire, no?

Insomma, dopo tutto ‘sto excursus, cosa ci rimane? Beh, un po’ l’analisi dei motivi per la quale la Game Changer Wrestling, a parer mio, ha fatto tutto il meritato successo. Se il già citato “Don’t Give A Fuck” attitude non basta, c’è un’altra cosa nella quale la GCW è stata bravissima: puntare su chi nessuno avrebbe scommesso un centesimo. La BEYOND Wrestling in primis si definisce – anche un po’ a ragione – taste maker. Lì si sono formati i vari David Starr, Donovan Dijak, Keith Lee, Beaver Boys eccetera. Ma è altrettanto vero che senza Game Changer Wrestling non esisterebbero i Tony Deppen, i KTB e i Jimmy Lloyd, né i sopracitati e precedentemente sconosciuti ora al top si troverebbero a combattere per la seconda federazione più grande degli States. Lo so cosa state pensando: il paragone non regge. Avete ragione. Ed è proprio questo il punto. Non solo la GCW ha puntato sugli involuti, un po’ come Brad Pitt faceva in quel sempiterno capolavoro di Moneyball, ha anche costruito una base solida su chi una certa promotion parassita non punterebbe mai. Vero, tanti se ne sono andati in All Elite, ma la federazione di Brett Lauderdale, sempre sia lodato, aveva ed ha la sua solidissima base. E così deve continuare. Non è il pro wrestling oggettivamente migliore, non è la federazione numero uno al mondo, ma il globo terracqueo ha bisogno di più punk rock accanto a chi sa tenere perfettamente uno strumento in mano. Perché in fondo il bello è soggettivo e l’alternativa, spesso, è ciò che più guida l’essere umano verso una nuova concezione delle cose. L’intenzione di cambiare le regole del gioco. Di essere, semplicemente, GAME CHANGERS. Alla prossima settimana.