Un saluto a Daniel Bryan, l’ultimo capace di farmi sognare

Era nell’aria già da tempo, ora è ufficiale: Daniel Bryan è costretto al ritiro, per problemi che conoscete tutti.

Non è morto, non ci ha lasciati per sempre ma la tristezza è tanta, ugualmente, per aver perso uno dei migliori interpreti non solo di wrestling lottato ma di wrestling nella sua interezza, in tutto il mondo ed in ogni categoria. Bryan è stato probabilmente la punta di diamante della WWE degli ultimi anni, di gran lunga il migliore, booking e scelte insensate a parte. È stato l’idolo delle folle, l’uomo capace di coinvolgere grandi e piccoli nelle sue vicende, a volte strampalate, a volte incredibilmente emozionanti. È stata una bella corsa, finita così, come nessuno avrebbe mai immaginato. È andata come è andata, lo spettacolo deve continuare ma oggi, avremmo questa visione che abbiamo del wrestling senza Bryan? Oggi, inerentemente alla WWE, parliamo di noia, ma non dimentichiamo che ce ne siamo quasi dimenticati ad un certo punto, perché Bryan catalizzava tutto su di sé, non interessava il contorno, almeno a me: si aspettava il lunedì per leggere di lui, ad un certo punto. Si spulciavano i siti di wrestling per leggere lui e notizie su di lui. Il resto è storia.

Oggi vi parlo di una di queste o meglio, di come ho vissuto io, ragazzo che oggi ha ventidue anni, la sua storia più bella: tutto il percorso che lo ha portato a vincere il titolo massimo a Wrestlemania XXX.
Non parlerò del match, quello è ben impresso nella mente di chi segue da sempre Bryan e di chi lo ha seguito in questi anni in WWE. Però, guardate, per me la sua storia rappresenta al meglio il concetto di Wrestling. Finzione, intesa nel senso recitativo del termine, che, alla fine, non è tanto finzione. Predeterminato, ma mica troppo.  Sofferto, tanto. Perché Celentano cantava la storia di uno di noi. Alla fine la storia di Bryan Danielson è quella di ognuno di noi. Sfido chiunque: dite la verità, fan o meno, c’è stato un momento nella vostra vita in cui vi siete sentiti Bryan contro l’Authority. Ci deve essere per forza stato un giorno in cui avete sentito sentimenti di frustrazione, rabbia, odio e altri in cui avete cacciato fuori le unghie ed i denti e siete ripartiti determinati come e più di prima per raggiungere i vostri obiettivi. Quella storyline era la realtà trasposta nel grande schermo, in diretta mondiale a Raw. Quella storia, durata più di un anno, era l’immagine del più classico Davide contro Golia, era la fotografia del pesce piccolo che mangia il pesce grosso, era l’immagine spontanea e vera di un ragazzo che aveva realizzato il suo sogno. Certo, era tutto scritto, ma non dava quell’impressione perché Bryan aveva una grande qualità dalla sua: coinvolgeva tutti, nel bene e nel male, nelle sue vicende. Almeno io, personalmente, quasi mi dimenticavo che dietro c’era un copione e che ci sono degli addetti ai lavori che curano certi dettagli. Bryan è stato grande soprattutto per quello. L’incontro a Wrestlemania XXX, bellezza stilistica a parte, ha fatto uscire di nuovo il bambino che c’è in tutti noi. Io lo ricordo benissimo: sapevo già il risultato, era scontato, tanto scontato. Eppure mi sono alzato in piedi e ho mimato, sorridendo, il classico “Yes”. È finita lì, nella gioia, nella quasi inconsapevolezza di un ragazzo che si è riscoperto bambino. Come quando vedeva Eddie Guerrero o il John Cena versione “rapper” dei primi anni,  quello del 2004. Finisce qui, in modo triste lo ripeto, ma nulla potrà togliermi e toglierci quello che Bryan ha fatto sì che restasse impresso nella mente e negli annali.

Signore e Signori, fan e non, Daniel Bryan ha lasciato il palazzetto. Ma non i nostri cuori. Da lì, nessun infortunio potrà mai portarlo via. E mi piace pensare che, da qualche parte, nella sua testa e nel suo cuore, sia su un ring circondato da chi lo ama e continua a gridare, spontaneamente, YES. YES. YES!

Gennaro Donnarumma

Non c'è niente da dire, niente da vedere.. Ok, comune ragazzo di ventunenne con la passione per il Wrestling, dal 2003, credo.