Quante volte ci siamo sentiti dire che non leggiamo abbastanza e che non ci acculturiamo nella giusta maniera? Tante, presumo, a patto che non siamo i classici sfigati che se ne stanno in camera a leggere l’ottava storia di Harry Potter e che non escono di casa fino a che non l’hanno ultimata, giustificando la loro sociopatia compulsiva con un finto amore per la solitudine. Badate bene, non sto realmente giudicando nessuno, anche perché io non ero molto diverso prima. Anzi, diciamo pure che appartenevo a quel (grosso) mucchio di persone che non impiegano tempo sufficiente su un libro o su una bella manciata di film d’autore. Non ero, in due parole, un adolescente che voleva ampliare al massimo le sue conoscenze, ma che preferiva parlare per sentito dire e, quando non lo faceva, si lasciava guidare dal giudizio altrui.

Andando avanti col tempo, ho al contrario imparato a farmi un mio pensiero, a costruire i miei pareri esclusivamente sul risultato che mi hanno dato determinate esperienze, che fossero sottoforma di letture, visioni di film, documentari, serie TV eccetera. Perché sono partito da questo presupposto? Perché col pro wrestling è stata la medesima cosa. Se per un periodo veniva fuori che una federazione era quel che in inglese si definisce “big deal”, ovvero era ciò che conveniva guardare secondo il parere della maggior parte dei tifosi, io la vedevo e mi lasciavo entusiasmare da essa. Al contrario, se qualcuno supponeva che una promotion fosse peggio della merda di cane pestata con le infradito in un giorno estivo in cui stai già sudando come un bufalo ed hai da camminare per altri cinque chilometri, anche io cercavo di evitarla come la peste.

Insomma, mi ci sono voluti un po’ di anni per sintetizzare, passatemi il termine, una mia personale visione dello sport spettacolo che tutti tanto ardentemente seguiamo ed amiamo. Una visione che è fortemente influenzata dallo studio di promotions classiche, in primis la ECW, e che è maturata pure per via della tanto amata e dal sottoscritto più volte citata Insane Championship Wrestling, l’unica federazione che reputo davvero all’altezza della gloriosa epoca passata per la sua varietà di storylines interessanti e per la qualità del pro wrestling portato sul ring, mai banale e sempre realistico, con selling da paura e drammaticità e credibilità della storia raccontata portate ai massimi livelli.

Ultimamente, però, mi sono anche accorto di possedere questa visione perché ho iniziato ad aumentare le ore di acculturamento personale. Ed allora ho formulato una mia personale teoria: come mai alcune persone, le quali riescono non solo ad apprezzare il classico dei classici del fan service, vale a dire Marty Scurll vs Will Ospreay, ma anche ad innalzarlo tra tutti gli altri incontri come se fosse il capolavoro di pro wrestling definitivo, poi non li vedo mai a parlare di libri, film d’autore o in generale di opere che contengano al loro interno una storia ottimamente scritta e magistralmente narrata? La risposta è semplice: perché non sanno guardare oltre. Non sono capaci di esaltare il contenuto della narrazione per come viene raccontato, ma piuttosto per la qualità materiale tramite la quale viene esposto. E per l’amor del signore, noi tutti leggiamo un libro più volentieri se la copertina è molto bella, ma è anche vero che se ci piacciono i disegni delle mele e degli scacchi ci può pure fare schifo Twilight, in riferimento alle copertine dei libri di quella saga ignobile.

Ecco, per me Marty Scurll vs Will Ospreay è Twilight: bella copertina, contenuto scarno, scritto bene sì, ma raccontato di merda. Qualità (anche se in questo caso apparente) esclusivamente legata alla ricerca del perfezionismo stilistico e non contenutistico.

Al contrario rivalità (notate bene, non ho detto match, quelli sono solo una necessaria conseguenza della storia) come Sandman vs Raven nelle quali il secondo utilizza il figlio del nostro “Beer Drinking and Singapore Caning Motherfucker” preferito per indebolirlo psicologicamente e, alla fine, farlo crollare per poi aver la meglio in maniera agevolata su di lui, sono alla pari della trilogia del Drive-In di Joe R. Lansdale, per quanto le gradisco.

E sapete perché mi piacciono? Perché qui si punta al contenuto e non allo stile. Certo, potrò essere accusato di auto-contraddizione in seguito a questo articolo, nel senso che se volessi davvero la sostanza farei prima a guardarmi due “fenomeni” (virgolette assolutamente volute) disgraziatamente definiti all rounders che ci regalano presunte perle di pro wrestling, ma personalmente credo che incontri di quel genere siano maggiormente assimilabili ad una baracconata bella e buona, alla più classica esibizione di circensi da circo.

Dunque, il mio parere personale è che fenomeni come l’entusiasmo esagerato per il proliferare recente del pro wrestling europeo e il mancato entusiasmo per altre promotions e prodotti che al contrario meriterebbero, in maniera oggettiva e senza per questo escludere necessariamente gli esempi negativamente sopracitati, considerazione maggiore, siano da collegare alla mancanza di cultura. Quindi, gente, leggete, guardate più pellicole possibili, imparate ad apprezzare le storie non solo per come vengono scritte, ma anche per il modo in cui vengono narrate. Perché è ovvio che non possiamo tutti avere la stessa visione, ma ci vuole anche un pizzico di oggettività, sennò un domani ci ritroveremo davvero a dire che Zack Sabre Jr. è più bravo di quanto sia mai stato Kurt Angle.

Come? C’è già qualcuno che lo dice? Ah, ok. Moltiplicate per mille quello che ho scritto prima, allora.

Ci vediamo sulle pagine del prossimo I Cunt Speak, fuckers.