C’è qualcosa nel mondo del pro wrestling che attanaglia la mia mente, un qualcosa che mi spinge a pensare se quello che vedo ha effettivamente senso oppure se è una scena già vista e inutile da riproporre ogni santa volta. Alternativamente, mi spinge a domandarmi se quel che mi passa davanti agli occhi è credibile oppure no. Sto parlando dei match Intergender.

E’ un argomento che a parer mio non è affatto inattuale da trattare, visti tutti gli incontri che vengono disputati tra atleti ed atlete al giorno d’oggi. Partiamo però da una premessa: io non credo esista il pro wrestling femminile e con questo non intendo certo dire che le donne non dovrebbero salire sul ring, ma che al contrario dovrebbero metterci piede ed essere chiamate “performers”, non “performers femminili”. Cioè, immaginatevi se in una card della SHIMMER ci fosse, che so, Sami Callihan vs Matt Cross in mezzo a tutti gli incontri che si disputano tra lottatrici. Secondo voi si direbbe “Una card tutta al femminile con in più una sfida tra MDogg 20 e la Callihan Death Machine” oppure “Una card con un match tutto al maschile tra MDogg 20 e la Callihan Death Machine”? Vi invito a rifletterci, perché dover sempre specificare che un incontro coinvolge due esponenti del gentil sesso ormai è una costante. Che poi gentil sesso un cazzo, Kay Lee Ray non è gentile, ti prende a calci nelle palle fino a che non le hai per frac stile Juan Francisco De Coronado.

Terminata la premessa, io penso che la categoria di incontri “intergender” venga, ahi per lei, criticata aspramente per il modo in cui gli incontri vengono gestiti: la donna è l’underdog, l’uomo quello che la massacra di botte per poi vedersi uccidere di legnate e, magari, pure perdere. E questo se non riesce a capitalizzare con una manovra scorretta o uno schienamento di rapina.

L’errore veramente grosso che si fa è bollare queste lottatrici come esseri inferiori. E voi direte: ci credo che lo sono, hanno una costituzione corporea ben più esile rispetto a quella dei nostri colleghi maschi, è normale, lo dice la scienza. E per l’amor del signore, sia maledetto, lungi da me dire che non è così, ma perché dovrei essere più convinto della credibilità che ha un Mandrews vs Chris Hero finito in 6 minuti in favore del primo piuttosto che di un, che ne so, Viper vs Bram, pure se non c’è mai stato?

Bisognerebbe iniziare a capire che queste pro wrestlers sono assolutamente capaci di confrontarsi con i maschi e, in caso non lo fossero per colpa della già citata disparità fisica basata sulla certezza scientifica, gestirle non tanto come underdog a vita, quanto piuttosto come si porta avanti un match tra un cruiser e un heavyweight.

Voglio dire, non è mia intenzione mettere a paragone il pro wrestling con le MMA, perché il primo è predeterminato e il secondo uno sport nel quale ha la meglio chi si dimostra superiore competitivamente, perché so benissimo che una Ronda Rousey potrebbe essere piegata come un grissino da un Don Frye dei tempi d’oro o da uno Yoshihiro Takayama al massimo della sua forma, cionondimeno sappiamo tutti benissimo che nei film, nei fumetti, nei videogiochi e nei libri sono presenti figure di donne che sono oggettivamente molto più forti degli uomini. Il perché? Così vuole chi li produce, perché anche quelli hanno dietro una storia predeterminata e portata avanti secondo il volere del suo creatore.

E’ proprio basandosi su questo ragionamento che i vari bookers dovrebbero imparare a gestire meglio le atlete nei propri roster. Si parla tanto di Women’s Revolution in WWE e sì, c’è stata, ma solamente dal punto di vista qualitativo. Quella vera è stata presente sul serio in CHIKARA, né più né meno, con Kimber Lee Grand Champion per ben sei mesi. La principessa si è infatti fatta largo tra tutti i suoi colleghi di sesso opposto cominciando (e finendo) con Hallowicked, uno dei veterani del roster. Quello si intende per rivoluzione, per intergender come si deve, una ragazza che per un anno si comporta sì da underdog assieme ai Los Ice Creams e a Jervis Cottonbelly, in quel torneo a squadre meraviglioso che è stata la Challenge of the Immortals, però questo ha portato alla sua vera e credibile costruzione finale, quella che l’ha portata a strappare la cintura al leader dei Nightmare Warriors.

E se non vi basta questo come prova, pensate che il Team SENDAI Girls ha vinto l’ultimo King of Trios sempre alla corte di Quackenbush. E se neanche questo è sufficiente a farvi capire la portata di tutto questo, il team suo rivale era quello della JWP. Indovinate da chi era composto? Ebbene sì, solamente da donne.

Certo non era un match intergender, ma entrambe le squadre sono andate avanti sconfiggendo team di maschioni alfa pronte a sodomizzarle (competitivamente parlando, si intende) in qualsiasi momento.

Le conclusioni di questo discorso, dunque, quali sono? Due, fondamentalmente.

La prima è che non esiste il pro wrestling femminile.

La seconda è che queste atlete dovrebbero essere bookate nella stessa maniera nella quale vengono proposti i nostri amici con l’anguillone, limitandosi a buttare la disparità solo sulle dimensioni e sulla potenza d’attacco e difesa di una certa atleta invece che su ‘sta cosiddetta e farlocca differenza di sesso.

Ed è su queste ultime e riassuntive parole che vi invito a riflettere. Viva la fica e quella che combatte soprattutto.

Ci vediamo nel prossimo numero dell’I Cunt Speak.