Il pro wrestling, nella sua scrittura, è come qualsiasi altro lavoro intellettuale e fisico. Una perfetta miscela di sport, uno studio di sfumature dell’arte della movenza del corpo, un’alchimia di suoni e colori. Sul quadrato è un’opera come la pittura: il corpo esegue il disegno della mente per dar vita a una danza lottata totalmente coordinata e atta a dare pathos.

Personalmente non mi sono mai guardato allo specchio convinto di avere il dono, il talento infuso da madre natura per brillare come una cazzo di fatina Trilly della Disney. L’inclinazione naturale per alcuni esiste, ma il saper esprimere del talento, quello è un lavoro. Sartre dice che l’ispirazione consiste nell’avvicinare la sedia al tavolo. E’ così: chi sa lottare bene su quel quadrato è per due semplici motivi.

1) Si è allenato come un dannato, soprattutto con un buon trainer.

2) Ha visto tantissimo pro wrestling, ricollegandolo al punto uno, e ha lavorato molto sul suo stile.

Quella della regolare visione di quello prodotto nel nostro ambito di sport spettacolo non è una tappa che si può saltare. Sarebbe più inconcepibile di un cuoco anoressico. Ma dirò di più: esiste una soglia temporale definitiva, dopo la quale non è più possibile apprendere a comportarsi sul ring come si dovrebbe. Accade la stessa cosa ai trainee che si formano in ambienti poveri di input di stimoli obiettivi, senza confronti con le realtà indy-pendenti esterne e non volti alla crescita qualitativa del prodotto proposto: il loro approccio al quadrato non sarà mai come quello di un soggetto allenato all’estero, in accademie, in modo normale, da un trainer con cognizione di causa, il cui obiettivo primario è far crescere consciamente e produttivamente chi forma. Chi inizia a impegnarsi tardi avrà senz’altro dei benefici, certo, ma ormai il tempo non impiegato produttivamente è stato fatto. Un discorso similare allo studio delle lingue: se si impara una lingua entro la soglia temporale dei primi tre anni di vita è fatta. L’inglese si può studiare al liceo ma parlare come un madrelingua non è così semplice. Il pro wrestler è quello che ha sempre il pensiero fisso del pro wrestling… come della gnocca.

Pensando sempre alla realizzazione di un evento, non mi riferisco ad attire ridicoli, a promo boriosi, a fare solo un mossettina gradevole perché ci sono onanisti di un determinato worker delle major, a pagine personali sui social network dove si mente a se stessi con la speranza di accalappiare un riscontro positivo da parte di terzi come fosse un’attività dove conta solo la fantasia. Fare un buon match, realizzare un buon evento, non è un dono divino, è un’occupazione. Un uomo nato animale libero ma che si sforma diventando talmente pigro che per defecare deve dipendere dall’ascensore anche per fare due piani, quante possibilità ha di vincere le olimpiadi? Come fa costui ad affrontare un match serio con un minutaggio di 15/20 minuti? Allora, l’arte del pro wrestling è democratica e aperta a tutti? Certo, per carità. Ma allenarsi, apprendere e allenarsi ancora non è mai un optional. Non ci si improvvisa mai.

Come un bambino che legge ha già in mano delle buone carte quando inizierà il suo percorso scolastico ma non necessariamente sarà un genio, così un soggetto con un determinato background sportivo non vivrà di rendita di quello formato in altre discipline. Deve darsi da fare, deve evolvere.

La mia intolleranza verso i soggetti che fanno match improvvisati, con qualche lacuna, non positivi nei risultati, non colpisce certo trainee o rookie  di fresca data, ragazzi che hanno voglia di iniziare la propria strada, gente che ci crede, si impegna e scriverà la storia del panorama dei prossimi anni: la passione è terapia, non è che devi sapere per forza partire a bomba con evoluzioni e scontri epici da royal road. La mia insofferenza è rivolta a tutti quei soggetti che, con blandi motivi che preferisco non evidenziare, sono riusciti a rubare costantemente spazio, a elogiarsi con auto-racconti, a regalarsi allori con scarse ore di lavoro annuale. Sì, c’è gente che solca il ring senza neanche 3 ore misere di impegno settimanale. E questi si reputano campioni o pro wrestler di un certo spessore. La lista dei loro orrori è lunga.

Non solo di imperfezione nelle movenze, anacoluti da quadrato, presuntuosi di fare bene, quando una fetta concreta di fans chiamerebbe liquame intestinale. Lì basta allenarsi con gente che dà sempre il massimo, avere la vera umiltà di comprendere che non si è ancora arrivati, non quella profetizzata da boriosi quasi quarantenni con tempo remoto trascorso a cercare di formarsi all’estero.

Il criterio per capire se un match di wrestling è buono è uno solo: La valutazione da parte di un pubblico, preferibilmente non la madre o la nonna. Se si impara ad ascoltare e a leggere la loro opinione, quella è la strada per capire cosa sta dicendo il pubblico, come vorrebbe che facessi e se c’è qualcosa che non va. Lo stile da portare sul quadrato è un percorso personale, influenzato preferibilmente dopo aver visto (lo ripeto) tanto e di tutto, certo, ma possibilmente roba bella, cioè ben lottata (la WWE e la TNA vanno benissimo, lo ammetto la guardo anch’io, quando è domenica sera, la serie di Breaking Bad è finita e i siti per lo streaming di B-movie sono chiusi). Non ho nulla contro gli chi vuole mirare al pubblico occasionale. Però se la vostra cultura non ospita il prodotto che offre il globo non ci siamo. Ognuno secondo i suoi gusti e inclinazioni: ma infatti non dovete scegliere, dovete guardare proprio tutti, ma che quello riportato sul quadrato non si limiti al baffone contro il gigante.

Torniamo per esempio a un fatto visto di recente: due che si proclamano veterani, che hanno deciso di realizzare un match; soggetti di più di trent’anni, di cui una decina reali documentabili di esperienza in questo contesto sportivo. Il concetto che scorgo dal prodotto è un “mi è venuto in mente di fare qualcosa”, non ho visto niente di provato e riprovato: è pura comicità. Dovreste conoscervi come fratelli, vi adoperate nello stesso contesto, cosa significa non impegnarsi per offrire qualcosa di interessante? La dedizione nell’allenamento è forse una malattia? Al professionista non è che gli viene in mente: deve realizzare un buon incontro, non ha scelta. Perché ne va la sua rendita economica, ma anche per rispetto di chi ci crede, anche senza la mera retribuzione, per quelli per i quali non impegnarsi seriamente non fa parte della forma mentis, per chi se non può esprimersi sul quadrato sta male e spesso lo trasforma in incazzatura.

Chiudo con una selezione di orrori che non razionalizzo: Le posizioni in conflitto di interesse tra i soggetti che realizzano dietro le quinte un evento e chi si adopera sul quadrato, gli “va bene tanto è un divertimento” o i “però sono il campione di cartone” disseminati qua e là da chi pensa di fare così la figura di quello che parla in modo corretto, i promo interminabili prima degli incontri i quali spesso sfociano in un mix di cabaret non professionale ma da proloco e recita teatrale delle elementari e le scopiazzature palesi in toto o in grandissima parte del lavoro altrui.

Riassumendo, rileggendo… cazzom ho scritto anche stavolta tutto in macro, consapevole con non percepiranno mai i micro: Non sei il numero uno, cazzo! Sii umile, non avventurarti in match che non sai realizzare e in eventi deliranti. Fatti un giretto su internet guardando eventi di altre realtà con occhio critico, salta una volta la visione della grandissima major, del prodotto di vetrina, e nel tempo libero fai come quello che acquista nello scatolone degli sconti, vai a vedere il tuo vicino di casa che magari ti sta sul cazzo perché stranamente non hai conquistato il suo rispetto. Sei già sulla buona strada.