Dedicato a tutti quelli che come noi amano il wrestling

Mi sveglio quando il sole è già alto. Uno sguardo nello specchio mi mostra un volto che faccio sempre più fatica a riconoscere, ogni giorno di più.
Apro lentamente l’acqua della doccia e mi getto sotto il fiotto bollente. Finito il rito della barba mi siedo al tavolo vicino alla finestra, guardando il panorama di una delle mille città del mondo. Faccio un po’ di colazione. Nulla di che: caffè nero, qualche fetta di pane tostato, un uovo.
Finito il mio piccolo pasto mi vesto e preparo il borsone. Ripongo con cura gli abiti e gli “attrezzi del mestiere”, poi mi vesto.
Giacca, cravatta, scarpe eleganti. Sono quasi le undici quando sono pronto, in perfetto orario.
Scendo nella hall dell’albergo ed incrocio i miei colleghi che come me sono qui. La nostra società ci ha già prenotato il volo per la tappa successiva e i taxi ci aspettano fuori dalla hall dell’albergo.
Salgo sul mio con un altro tizio, un inglese che la compagnia ha deciso di affibbiarmi per “farlo crescere ed insegnargli i trucchi del mestiere”.
Non ho voglia di fare conversazione quindi metto su l’i-Pod e scruto fuori dal finestrino.
Dopo un breve tragitto, verso mezzogiorno e mezzo, siamo in aeroporto. Anche per questa tappa del nostro viaggio hanno pensato a tutto: arrivo ed il mio biglietto è vidimato e pronto al check in.
All’una e mezza sono seduto al mio posto sull’aereo che mi porterà a destinazione. Vicino a me sempre l’inglese di prima. Sonnecchio e tengo su le cuffie.
Non ho davvero voglia di sentire gli aneddoti del mio vicino di viaggio che saranno certamente incentrati sul nostro lavoro e sulle fantastiche opzioni che ci regala… È giovane e lo capisco ma riparliamone tra sette/otto anni e poi vediamo.
Riparliamone quando la trasferta, la vita su un aereo, la lontananza da casa saranno la norma per cinque giorni su sette.
Parliamone quando avrai visto più aeroporti che città.
Parliamone ancora quando avrai capito che benché questo sia il tuo lavoro alla fine non è così importante o divertente riuscire a catturare l’attenzione della tua platea, tutti i santi giorni, per vendere un prodotto che, diciamolo, non ha tanto futuro e prospettive.
Parliamone quando la schiena ti farà un male cane anche solo perché i sedili della tale compagnia aerea non sono comodi come la poltrona di casa tua.
Riparliamone quando, stanco morto, tocchi il letto da solo e distrutto vorresti dormire in eterno ma la mattina dopo, non come questa volta che il tragitto è breve ed abbiamo sonnecchiato di più, devi svegliarti all’alba sennò al lavoro non ci vai.
Riparliamone dopo che l’ennesima troia che ti sarai portato in camera ti chiederà i suoi cinquanta e tu, dandole il dovuto, ripenserai a tua moglie a casa e ti sentirai quello che sei. Una merda.
Riparliamone mio caro collega inglese. Vedrai che concorderai con me. E che le esperienze che stai facendo ed hai fatto non saranno davvero storie da raccontare ai nipoti. Non tutte almeno. E quelle brutte non le racconterai, ma rimarranno comunque li con te. E dovrai farci i conti. Dovrai fare i conti con loro.
Siamo quasi arrivati. Quando l’aereo atterra sono quasi le tre del pomeriggio. È una giornata favolosa.
Un cielo terso e limpido come non vedevo da tempo. Un aria frizzante, fresca, ma non fredda. Fuori dal gate degli arrivi nazionali il solito taxi ci aspetta per portarci prima in albergo a depositare i bagagli e recuperare il necessario e poi via, al lavoro.
Il briefing è lungo e noioso come sempre. Quando finalmente la riunione è finita mancano ancora tre ore all’inizio dello show.
Sfrutto le ore che mancano per prepararmi, per ripassare tutto quanto, per essere pronto.
Butto giù due pastiglie per il mal di testa (riparleremo anche di questa merda, caro amico inglese) e quando manca poco più di un’ora inizio davvero a concentrarmi sulla cosa.
Mi ripeto che andrà bene e che non accadrà nulla di male. Che tutto filerà liscio, non come quella volta che ci fu così tanto casino che dovemmo interrompere tutto e “chiudere il sipario”.
E quando mancano dieci minuti sono pronto.
E non ho neppure il tempo di pensare mentre attraverso i corridoi inondati di luce bianca.
Tocca a me.
E sono nell’arena.
E ventimila persone urlano il mio nome.
Ed io tiro su la mia cintura, la mostro a loro, con orgoglio e coraggio. Ma è solo facciata. E’ solo finzione. E’ tutta  finzione.
Vorrei essere a casa.
Vorrei non avere la faccia piena di tagli e di dolore.
Vorrei non dover alzare ancora una volta la mia maledetta spalla destra che mi ruppi con un volo dall’apron ring (ma lo show lo finii comunque).
Vorrei non vedere, vorrei non sentire urlare questi insulsi panzoni con i loro assurdi cartelli tutti uguali tutte le sere, nelle loro magliette comprate alle bancarelle qui fuori.
Vorrei dimenticare il mio nome di battaglia o quello dei miei compagni e chiamare tutti come facevano le nostre madri.
Ma non posso.
Questo è il mio fottutissimo lavoro.
E così salgo sul ring e mi metto in posa.
Davanti a me un inglese che non ha nessuna speranza di battere il campione.
Questo è un house show.
Lui è un midcarder.
Io no.
Lui è carne da macello.
Ma mi guarda come se questo fosse lo show dell’anno.
Mi guarda come se questo pezzo di latta sulla mia spalla contasse qualcosa.
La vuoi questa cintura? Prenditela, è tua, coglione.
Io voglio solo farla finita in fretta. Voglio solo non farmi male. Voglio dormire fino a morire. Poi suona il gong. Che lo show cominci…

Quando mi sveglio è ancora buio e fa un freddo cane.
Il mio compagno di stanza si è di nuovo dimenticato di chiudere bene la finestra e nella camera ci saranno si e non dieci gradi, forse meno.
Comunque non voglio svegliarlo. Ieri sera l’ho sentito rincasare tardi. Deve essere andato ad un’altra di quelle assurde feste universitarie. Ma come sempre è stato gentile.
Lo sa bene che la domenica, di solito, mi devo svegliare presto, e quindi ha tentato di fare piano, pianissimo.
Non è colpa sua se io ho il sonno leggero. Ma sono anche io una persona educata e quindi esco dalla camera ed entro in bagno facendo meno rumore possibile.
Dopo una bella doccia calda mi sento un altro.
Mi vesto, sempre nella penombra e, recuperato il mio zaino, che ho preparato la sera prima, esco dalla stanza. Attraverso il cortile del campus e raggiungo la mia macchina nel parcheggio per gli studenti. Butto lo zaino nel  portabagagli e guardo di sfuggita l’orologio.
Sono le sette. Sono in perfetto orario. Se la neve non sarà un problema dovrei arrivare a destinazione con un buon anticipo.
Mi metto alla guida ed esco dalla zona dei dormitori per dirigermi verso il centro. Mi fermo al solito bar e prendo caffè nero e ciambelle per il viaggio.
Il “coffe man” mi chiede i programmi della giornata e gli rispondo “al solito”.
Mi rendo conto che, da come lo dico, potrei dare l’impressione di chi fa questo con fastidio, fatica.
Invece è la cosa che preferisco fare. La cosa che mi fa sentire speciale. Che mi distingue da tutti gli altri.
Non ho paura di affrontare chilometri su chilometri quasi ogni domenica per assecondare questa mia passione.
Per vivere questo sogno ad occhi aperti che mi porta anche ad essere deriso da alcuni che non capiscono cosa ci trovi di esaltante in quello che faccio.
Ma a me non interessa. Io lo faccio perché così mi va e perché è una passione, punto.
Mi rimetto alla guida mentre il giorno sta nascendo. E mentre attraverso incredibili distese di verde ammantato del bianco della nevicata notturna penso a come sarà stasera.
Quali incredibili nuove ed al contempo vecchie (ma assolutamente inebrianti) sensazioni proverò.
E comunque tento di godermi anche il viaggio: perché ogni evento inizia sempre dal viaggio per arrivarci.
Così quando passo sopra un ponte e scorgo l’azzurro del fiume sotto di me mi rendo conto conto che, diamine, questa è vita.
Non i libri ed i professori che mi costringono, in settimana, in biblioteca o nei laboratori di chimica. No. L’aria aperta. Il sole e il canto degli uccelli.
Anche il traffico, perché no. Scorgere una ragazza sul marciapiede che ti colpisce il cuore ed immaginarne il nome. Questo è davvero incredibile.
E pensare che tutto questo è lì, a portata di mano, fuori dalla tua stessa auto.
Poi scatta il verde. Ed allora si, devo partire, ma alla fine so che mi muovo verso la meta e quindi sono comunque felice.
Ed a metà giornata mi fermo a mangiare qualcosa. Sgranchisco le gambe ed il collo per un’oretta perché guidare così tanto rattrappisce i muscoli ma poi riparto sereno.
Quando arrivo a destinazione è già quasi buio. Il traffico in città è caotico ed il timore di non arrivare a tempo inizia farsi strada.
Poi finalmente capisco che ci sono. Capisco che sono vicino quando comincio a scorgere i cartelli che indicano il nome della mia destinazione.
E mentre passo vicino al palazzetto in cui quelli grandi, quelli tosti, stasera, si daranno battaglia, sorrido.
Cerco un parcheggio e fermo l’auto. Scendo e recupero la mia roba dal portapacchi. Mi fermo un attimo a guardare la struttura. La gente che sciama, con il biglietto in mano e discute su questo o su quello.
Se stasera il loro idolo vincerà o se quell’inglese sbucato dal nulla ce la farà a strappargli la cintura. Rido. È un house show, via.
Poi rimbocco il colletto e mi muovo verso il palazzetto. Attraverso il piazzale ed osservo i bagarini: qualcuno si avvicina e offre un biglietto. “Ce l’ho già” rispondo.
Sorpasso la struttura e mi infilo tra quei due palazzi dietro di essa. Il vicolo sbuca su una scalcinata palestra. Entro e la prima cosa che noto, ovviamente, è il ring.
Poi qualche viso noto che mi viene incontro. I saluti degli altri ragazzi. Gli abbracci. L’organizzatore che ti dice che “stasera sarai impegnato in un match con un bestione di centocinquanta chili… fai attenzione ma stai tranquillo che tanto vincerai tu. Quello che conta è divertire il pubblico”… Eh si… Il pubblico.
Centotrentaquattro paganti. A trecento metri dalla show della prima federazione del mondo. Non è male, cazzo.
Per nulla. Stasera ci sarà da sudare. Mi preparo con calma. Dipingo il viso e guardandomi nello specchio, ora, con i miei colori di guerra, finalmente, mi riconosco.
Sono io.
Sono quello che voglio essere sempre. E quando tocca a me è già abbastanza tardi.
Mentre aspetto il mio turno per entrare, dietro la tenda, nell’aria risuona un boato.
Viene dal palazzetto dello sport. Lì deve essere appena entrato il campione. Ed allora chiudo gli occhi. E immagino me al suo posto.
Immagino come debba sentirsi felice di essere di fronte a ventimila tifosi urlanti che vogliono solo lui.
Di come debba sentirsi orgoglioso di poter essere il loro eroe anche solo per una sera.
Di come possa essere pieno di vita per questo suo incredibile “lavoro” che gli consente di girare, di vivere il mondo.
Ed allora quando apro gli occhi e scosto la tenda per entrare sul mio ring, ci credo. Perché ogni evento inizia sempre dal viaggio per arrivarci e questi sono i miei primi passi verso il mio sogno…

COSTANZO SCHIAVELLI